I negoziati previsti in Svizzera tra Stati Uniti e Iran, pensati per aprire la fase tecnica dell’accordo destinato a porre fine al conflitto in Medio Oriente, sono stati rinviati a tempo indeterminato. La conferma è arrivata dal governo elvetico poche ore dopo la cancellazione del viaggio del vicepresidente statunitense JD Vance, che avrebbe dovuto raggiungere il Paese alpino per guidare la delegazione americana. I colloqui erano attesi al Bürgenstock, nei pressi di Lucerna, in una sede già scelta per ospitare una trattativa multilaterale con il coinvolgimento anche di Qatar e Pakistan.
La Svizzera resta disponibile alla mediazione
Il Dipartimento federale degli Affari esteri svizzero ha comunicato che “i colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati” e che Berna “resta disponibile a facilitare tali colloqui”. Nella nota trasmessa all’Afp non è stata indicata una nuova data, ma è stato precisato che il lavoro preparatorio prosegue. Il portavoce Nicolas Bideau, citato dall’agenzia Keystone-ATS, ha ribadito che la Svizzera “resta pronta” e rimane “pienamente impegnata nei suoi sforzi per promuovere il dialogo”, confermando il ruolo di facilitatore assunto da Berna in una fase diplomatica ancora estremamente fragile.
Il viaggio di Vance cancellato dalla Casa Bianca
A pesare sul rinvio è stata soprattutto la mancata partenza di JD Vance. In una nota, la Casa Bianca ha spiegato che “i piani per le prossime discussioni tecniche non sono stati ancora definiti” e che la delegazione statunitense resta pronta a partire “alla prima occasione utile”. Washington ha però sottolineato che “la logistica di questi negoziati non è mai stata né semplice né prevedibile” e che, per il momento, il vicepresidente non sarebbe partito. La cancellazione del viaggio ha trasformato quello che avrebbe dovuto essere il primo passo operativo dopo la firma del memorandum in un nuovo stop diplomatico.
Un’intesa preliminare ancora da tradurre in accordo definitivo
Il rinvio arriva dopo la firma del protocollo d’intesa tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il documento, articolato in 14 punti, mirava a consolidare la cessazione delle ostilità, garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz e avviare una finestra negoziale di 60 giorni sulle questioni più delicate, a partire dal programma nucleare iraniano, dalla gestione dell’uranio arricchito e dalla possibile revoca graduale delle sanzioni statunitensi. L’intesa prevedeva anche una riduzione delle tensioni sul fronte libanese, dove però la situazione resta altamente instabile.
Hormuz riaperto, ma restano nodi politici e militari
Uno degli effetti immediati dell’accordo preliminare è stata la ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico globale. Secondo quanto riferito dalla parte americana, diverse navi sono state autorizzate al transito, mentre Teheran ha annunciato nuove procedure per le richieste di passaggio attraverso un organismo governativo dedicato. La riapertura dello stretto rappresenta un segnale importante per i mercati e per la libertà di navigazione, ma non basta a sciogliere i nodi politici dell’intesa, che resta esposta alle tensioni regionali e alle divergenze tra Washington, Teheran e gli alleati coinvolti nel dossier.
Il Libano torna al centro della crisi
Il quadro diplomatico è stato ulteriormente complicato dai raid israeliani condotti nella notte nel sud del Libano, nella regione di Nabatiyé, che secondo l’agenzia di stampa statale libanese hanno causato almeno 16 morti. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito obiettivi di Hezbollah, sostenendo che la milizia sciita avrebbe violato più volte il cessate il fuoco. La ripresa degli attacchi in Libano rappresenta uno dei punti più sensibili della trattativa, perché Teheran considera il fronte libanese parte integrante dell’equilibrio regionale che l’accordo dovrebbe stabilizzare. Proprio la campagna militare israeliana avrebbe alimentato incertezza anche sulla partenza della delegazione iraniana.
Teheran tra apertura negoziale e riserve interne
Da parte iraniana, l’intesa preliminare è stata accompagnata da segnali di cautela. La Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha fatto sapere di aver dato il proprio assenso all’impegno del presidente Pezeshkian, pur precisando di avere “una visione diversa” e sottolineando che i futuri colloqui faccia a faccia non implicano l’accettazione automatica delle posizioni statunitensi. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha interpretato l’accordo come il riconoscimento del fallimento della linea americana e ha promesso una risposta decisa in caso di violazione degli impegni. Le dichiarazioni confermano che il negoziato resta aperto, ma politicamente esposto su entrambi i fronti.
Trump rivendica l’accordo e respinge le critiche
Donald Trump ha difeso il memorandum come un successo della propria amministrazione, sostenendo che l’alternativa a un’intesa avrebbe potuto avere conseguenze economiche e strategiche molto più gravi. Il presidente statunitense ha rivendicato la pressione esercitata su Teheran e ha collegato la distensione alla riapertura di Hormuz e al calo delle tensioni sui mercati energetici. Allo stesso tempo, una parte della stampa americana e del fronte politico più duro continua a criticare l’accordo, ritenendolo troppo favorevole all’Iran perché non imporrebbe lo smantellamento immediato delle infrastrutture nucleari. La Casa Bianca insiste invece sulla necessità di trasformare il memorandum in un accordo definitivo attraverso il negoziato tecnico.
Israele resta il fattore più delicato
Sul fronte israelo-americano restano tensioni evidenti. Benjamin Netanyahu ha ribadito che le forze israeliane resteranno nel sud del Libano finché le esigenze di sicurezza lo richiederanno, nonostante il memorandum punti alla cessazione delle ostilità su tutte le aree coinvolte. Le operazioni contro Hezbollah, rivendicate da Israele come risposta a violazioni della tregua, rischiano però di indebolire la cornice diplomatica appena avviata. Il rinvio dei colloqui in Svizzera mostra quanto sia difficile separare il dossier nucleare iraniano dal più ampio equilibrio regionale, in cui Libano, Israele, Golfo Persico e libertà di navigazione restano strettamente collegati.
Sul tavolo anche la Corea del Nord
In parallelo, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha riferito che Donald Trump intende ora rivolgere maggiore attenzione alla questione nordcoreana. Dopo l’incontro con il presidente americano a margine del G7 in Francia, Lee ha dichiarato che Trump avrebbe indicato la necessità di concentrarsi su Pyongyang. Il leader sudcoreano ha aggiunto di aver spiegato al presidente statunitense che le sanzioni contro la Corea del Nord per il suo programma nucleare si sono rivelate “inefficaci”. Il dossier nordcoreano si inserisce così in una fase di ridefinizione della strategia americana su più fronti nucleari, proprio mentre il canale con l’Iran resta sospeso.
Una diplomazia fragile e senza nuova data
Il rinvio a tempo indeterminato dei colloqui di Lucerna non segna la fine del percorso negoziale, ma ne evidenzia tutta la fragilità. La Svizzera continua a mantenere aperta la propria disponibilità alla facilitazione, mentre Stati Uniti e Iran restano formalmente legati al memorandum appena firmato. Tuttavia, l’assenza di una nuova data, le difficoltà logistiche, le riserve di Teheran, le pressioni interne su Trump e la ripresa degli attacchi in Libano rendono incerta la possibilità di trasformare rapidamente l’intesa preliminare in un accordo stabile. La finestra dei 60 giorni resta aperta, ma il primo passaggio diplomatico si è fermato prima ancora di cominciare.


