La base di Ali Al Salem in Kuwait è tornata sotto attacco domenica 15 marzo 2026, in quello che viene descritto come il quarto episodio contro installazioni italiane nell’area in poco più di due settimane e il terzo contro lo stesso sito kuwaitiano. Il raid ha distrutto un velivolo a pilotaggio remoto italiano custodito in uno shelter, ma non ha provocato vittime né feriti tra i militari presenti, che al momento dell’impatto erano già stati messi in sicurezza secondo quanto riferito dallo Stato Maggiore della Difesa e rilanciato dalle autorità italiane.
Il drone colpito era un MQ-9A, considerato indispensabile per le operazioni
A confermare la gravità del danno materiale è stato il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, che ha spiegato come il velivolo distrutto fosse un assetto “indispensabile” per garantire continuità alle operazioni della missione. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ultime ore, si trattava di un MQ-9A Predator/Reaper impiegato per sorveglianza, ricognizione e raccolta dati in un quadrante strategico sempre più esposto alla guerra regionale. La perdita non incide sulla sicurezza immediata del contingente, ma rappresenta un colpo operativo significativo per la capacità italiana di monitoraggio nell’area del Golfo.
Il personale era già stato alleggerito: nella base resta solo il nucleo essenziale
Il dato più rilevante sul piano militare e politico è che l’Italia aveva già avviato nei giorni precedenti una rimodulazione prudenziale della presenza ad Ali Al Salem. Prima dell’escalation, nella base erano presenti 321 militari italiani; ora ne restano 82, dopo il trasferimento di 239 unità verso altre destinazioni considerate più sicure, in particolare l’Arabia Saudita. La linea del governo è chiara: nessun ritiro formale, ma riduzione della presenza al solo personale indispensabile per le funzioni essenziali della missione.
Crosetto rassicura: nessun riflesso sulla sicurezza dei soldati italiani
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ribadito che l’attacco non ha avuto conseguenze sul personale e che la perdita del velivolo “non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell’area”. La Difesa italiana, ha aggiunto, continua a seguire l’evoluzione del quadro con il massimo livello di attenzione, in coordinamento con il Comando Operativo di Vertice Interforze e con i comandanti sul terreno. Il messaggio politico è duplice: proteggere il contingente senza interrompere il contributo italiano alle missioni internazionali già in corso.
Tajani: l’Italia non si ritira e non si fa intimidire
Sulla stessa linea si è mosso il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha escluso un passo indietro italiano. Il titolare della Farnesina ha sottolineato che il bersaglio prioritario dell’Iran in Kuwait resta la presenza americana e che non vi sarebbe stato un attacco mirato contro gli italiani in quanto tali. Tuttavia, il governo considera l’accaduto parte di una più ampia escalation che coinvolge le basi della coalizione nell’area. Da qui la scelta di mantenere gli impegni internazionali, pur con un dispositivo ridotto e con una crescente attenzione alle misure di protezione.
Ali Al Salem nel mirino da inizio marzo: una sequenza che segna il cambio di scenario
L’attacco del 15 marzo non è un episodio isolato. Tra l’1 e il 2 marzo la base era già stata colpita con danni limitati a infrastrutture logistiche e operative. Nella notte tra il 5 e il 6 marzo, un secondo raid aveva centrato rifornimenti di carburante provocando un vasto incendio, mentre due caccia italiani F-2000 erano stati raggiunti da schegge. Ora il terzo colpo ad Ali Al Salem ha distrutto un drone strategico della Task Force Air. Il quadro complessivo mostra un’escalation progressiva, nella quale le installazioni militari alleate nel Golfo sono divenute obiettivi ricorrenti della pressione iraniana.
Non solo Kuwait: anche Erbil è stata colpita nella missione italiana Prima Parthica
A rendere ancora più delicato il bilancio c’è il fatto che anche la base di Camp Singara a Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata colpita l’11 marzo da un drone che ha distrutto un autocarro destinato al trasporto di dispositivi logistici. Sia il contingente in Kuwait sia quello in Iraq rientrano nell’operazione italiana Prima Parthica, avviata nel 2014 nell’ambito della coalizione internazionale contro Daesh in Iraq e Siria. In pochi giorni, dunque, la missione ha subito danni su più fronti, senza vittime, ma con una chiara erosione di mezzi e capacità operative.
Kuwait sotto pressione: 14 droni ostili in 24 ore e spazio aereo sempre più vulnerabile
Il raid contro Ali Al Salem si inserisce in un contesto di pressione crescente sull’intero Kuwait. Le autorità kuwaitiane hanno dichiarato di aver rilevato 14 droni ostili nelle ultime 24 ore, abbattendone otto; la caduta dei detriti ha causato danni materiali e il ferimento lieve di tre militari. In parallelo, altre incursioni hanno colpito il radar dell’aeroporto internazionale del Kuwait, segnalando un deterioramento complessivo della sicurezza del Paese, ormai pienamente coinvolto nelle ricadute del conflitto regionale.
La funzione strategica della base e il ruolo dell’Italia nel Golfo
Ali Al Salem non è una struttura marginale. Dalla base opera l’Italian National Contingent Command Air/Task Force Air Kuwait, uno dei pilastri del contributo italiano alla coalizione internazionale. Qui vengono svolte missioni di sorveglianza, raccolta dati, sicurezza aerea e supporto logistico a favore del teatro iracheno. L’MQ-9A distrutto non era dunque un semplice mezzo parcheggiato, ma uno strumento centrale per l’architettura informativa e operativa italiana. È anche per questo che la sua perdita viene letta come un segnale concreto dell’aumento del rischio per i contingenti occidentali nell’area.
Samp-T e sistemi anti-drone: le opzioni sul tavolo per rafforzare la protezione
Nel dibattito interno alla Difesa torna intanto il tema del rafforzamento dello scudo aereo nei Paesi del Golfo. Negli anni scorsi l’Italia aveva già schierato in Kuwait il sistema missilistico Samp-T per concorrere alla difesa dello spazio aereo kuwaitiano. Oggi il ritorno di una protezione di quel livello viene considerato un’ipotesi, ma non una decisione già presa, anche perché richiederebbe un passaggio politico e operativo complesso, oltre all’impiego di personale altamente specializzato. Più probabile, almeno nel breve termine, appare invece un potenziamento dei sistemi anti-drone, ritenuti più immediatamente coerenti con la natura delle minacce registrate nelle ultime settimane.
Libano e Mar Rosso, gli altri fronti che preoccupano Roma
La crisi non riguarda soltanto Kuwait e Iraq. Il 15 marzo l’Unifil ha comunicato che propri pattugliamenti nel sud del Libano sono stati bersagliati da colpi d’arma da fuoco in tre distinti episodi, probabilmente da gruppi armati non statali. Nessun peacekeeper è rimasto ferito, ma il segnale è allarmante anche per l’Italia, che partecipa alla missione con circa 1.300 militari tra Shama, Al Mansouri e Naqura. Parallelamente, resta alta l’attenzione sul Mar Rosso e sulla missione navale Aspides, mentre unità della Marina italiana sono già schierate in area in funzione di deterrenza e protezione.
Il nodo politico: continuità della missione, ma con margini di manovra sempre più stretti
Il governo insiste sul fatto che l’Italia non è entrata in guerra e non intende farlo, ma il margine tra partecipazione a missioni internazionali e coinvolgimento indiretto in una crisi regionale si fa ogni giorno più sottile. La distruzione del drone italiano dimostra che, pur non essendo il bersaglio principale dichiarato da Teheran, il dispositivo italiano è pienamente esposto ai contraccolpi della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. La strategia di Roma, per ora, è quella di mantenere la presenza, alleggerire gli organici, difendere il personale e spingere sulla de-escalation diplomatica. La frequenza degli attacchi e l’ampliamento geografico delle minacce, però, rendono sempre più difficile separare la continuità delle missioni dalla necessità di una revisione profonda del posizionamento italiano nel Golfo.


