Guerra Iran, Trump: “Stiamo distruggendo il regime iraniano”. Esplosioni a Teheran e Dubai

Written on 03/13/2026
Chiara Sutermeister

Guerra Iran-Usa-Israele al 14° giorno: esplosioni a Teheran e Dubai, raid su oltre 200 obiettivi iraniani, petrolio sopra i 100 dollari e tensioni nello Stretto di Hormuz.

La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad allargarsi e a produrre nuove tensioni militari e geopolitiche. Nel quattordicesimo giorno di conflitto, la capitale iraniana Teheran è stata scossa da una serie di potenti esplosioni registrate in diversi quartieri della città. Secondo giornalisti e fonti locali, le detonazioni sono state talmente intense da far tremare gli edifici sia nella zona centrale sia in quella settentrionale della metropoli.

I raid sarebbero collegati alle operazioni militari condotte congiuntamente da Israele e Stati Uniti contro obiettivi ritenuti strategici del regime iraniano. Le autorità di Teheran non hanno fornito informazioni precise sul numero di vittime o sull’entità dei danni, mentre i media iraniani parlano di diversi attacchi concentrati su infrastrutture militari e installazioni sensibili.

Nel frattempo, nuove esplosioni sono state segnalate anche a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. In questo caso, secondo le autorità locali, i danni sarebbero stati provocati dai detriti di un missile intercettato dai sistemi di difesa aerea. Un edificio nel distretto finanziario della città ha riportato danni alla facciata, ma non risultano feriti.

I raid israeliani e americani: colpiti oltre 200 obiettivi militari

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto nelle ultime 24 ore una serie di operazioni su larga scala contro l’Iran. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, decine di velivoli hanno effettuato circa venti attacchi mirati nelle regioni centrali e occidentali del Paese, colpendo oltre 200 obiettivi legati all’apparato militare iraniano.

Tra i bersagli indicati figurano lanciatori di missili balistici, sistemi di difesa aerea e impianti di produzione di armi. Le operazioni si inseriscono nella più ampia offensiva denominata “Roaring Lion”, lanciata per contrastare gli attacchi missilistici iraniani contro Israele.

Parallelamente, le forze israeliane hanno rivendicato anche un attacco mirato a Beirut, in Libano, nel quale sarebbe stato ucciso un membro del movimento Hezbollah. L’azione conferma come il conflitto stia coinvolgendo sempre più attori regionali e si stia estendendo ben oltre i confini iraniani.

L’Iran contrattacca: missili e minacce nel Golfo

Dal canto suo, Teheran ha annunciato nuove ondate di attacchi missilistici contro Israele e contro basi militari statunitensi presenti nella regione. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato di aver preso di mira diverse città israeliane e installazioni militari nel Golfo, nell’ambito di una vasta offensiva di rappresaglia.

Gli attacchi iraniani avrebbero provocato decine di feriti nel nord di Israele, dove un missile ha colpito la città di Zarzir danneggiando abitazioni e infrastrutture. I servizi di emergenza israeliani hanno riferito che la maggior parte delle persone ferite ha riportato lesioni lievi, spesso causate da vetri infranti e detriti.

Intanto l’Iran continua a minacciare una risposta ancora più dura anche sul fronte interno. I Pasdaran hanno avvertito che eventuali nuove proteste antigovernative saranno represse con una forza maggiore rispetto alla sanguinosa repressione di gennaio.

Il messaggio della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei

La giornata è stata segnata anche dal primo messaggio alla nazione della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, successore dell’ayatollah Ali Khamenei. Il discorso, letto da una giornalista della televisione di Stato mentre il leader non appariva in video, ha ribadito la linea dura della Repubblica islamica.

Khamenei ha dichiarato che l’Iran “non si arrenderà mai” e ha promesso vendetta contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Il leader ha inoltre ribadito che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso e ha invitato i Paesi della regione a chiudere le basi militari americane presenti sul loro territorio.

Il fatto che Khamenei non sia apparso pubblicamente ha alimentato interrogativi sulle sue condizioni di salute. Secondo alcune dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, il nuovo leader iraniano potrebbe essere rimasto ferito nei primi giorni dei bombardamenti.

Trump: “Stiamo distruggendo il regime iraniano”

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha adottato toni estremamente duri nei confronti della Repubblica islamica. In un messaggio pubblicato sul social Truth, il capo della Casa Bianca ha sostenuto che le forze statunitensi stanno “distruggendo completamente il regime terroristico dell’Iran”.

Trump ha affermato che la marina e l’aviazione iraniana sarebbero ormai state neutralizzate e che missili, droni e infrastrutture militari del Paese sarebbero stati in gran parte distrutti. Le dichiarazioni del presidente arrivano mentre l’amministrazione americana continua a sostenere le operazioni militari israeliane e a mantenere una forte presenza militare nella regione.

Le parole del leader americano sono state accompagnate da nuove tensioni sul fronte navale. Secondo fonti statunitensi, una nave iraniana che si era avvicinata alla portaerei americana USS Abraham Lincoln sarebbe stata colpita da missili lanciati da un elicottero statunitense dopo che colpi di avvertimento erano risultati inefficaci.

L’impatto economico: petrolio oltre i 100 dollari

Il conflitto sta già producendo conseguenze significative sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio ha superato la soglia dei 100 dollari al barile, alimentato soprattutto dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi energetici del pianeta attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Per fronteggiare il rischio di carenze energetiche, gli Stati Uniti hanno annunciato una misura temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo già caricato sulle navi prima del rafforzamento delle sanzioni. La decisione, definita limitata e di breve durata dal Dipartimento del Tesoro americano, punta ad aumentare l’offerta globale di greggio e contenere l’impennata dei prezzi.

La crisi sta già influenzando i mercati finanziari, con le principali borse europee in calo e una crescente preoccupazione per l’impatto economico della guerra sull’approvvigionamento energetico mondiale.

Il conflitto si allarga: attacchi in Iraq e tensioni internazionali

Il clima di instabilità si sta estendendo anche ad altri Paesi della regione. In Iraq, nella regione curda di Erbil, un attacco ha provocato la morte di un militare francese, il maresciallo Arnaud Frion del settimo battaglione dei cacciatori alpini di Varces. La notizia è stata confermata dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito l’azione “inaccettabile”.

L’attacco ha ferito anche altri soldati francesi impegnati nella missione internazionale contro lo Stato Islamico. Macron ha sottolineato che la presenza militare francese in Iraq rientra nel quadro della lotta al terrorismo e non può essere considerata parte del conflitto in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti.

Nel frattempo, diversi Paesi stanno valutando misure di sicurezza straordinarie. Il Regno Unito ha annunciato che sta esaminando opzioni militari per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz, mentre la Cina ha espresso preoccupazione per gli attacchi contro obiettivi civili e ha chiesto una immediata cessazione delle ostilità.

Una crisi globale con effetti politici ed economici

La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele sta rapidamente assumendo dimensioni globali. Oltre al rischio di un allargamento del conflitto ad altri Paesi del Medio Oriente, la crisi minaccia di destabilizzare i mercati energetici, le rotte commerciali e l’equilibrio geopolitico internazionale.

Il blocco dello Stretto di Hormuz, le tensioni nel Golfo e la moltiplicazione degli attacchi missilistici e dei raid aerei mostrano quanto il conflitto possa avere conseguenze che vanno ben oltre il teatro militare. L’escalation delle ultime ore dimostra che la crisi è tutt’altro che vicina a una soluzione diplomatica.