Legge elettorale, il Senato approva la riforma con 113 sì: premio al 42%, preferenze e ritorno alla Camera

Written on 09/15/2026
Chiara Sutermeister

Legge elettorale, via libera del Senato con 113 sì: premio al 42%, preferenze, capilista bloccati e nuove firme. Ora il testo torna alla Camera.

L’Aula del Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti a favore, 71 contrari e 2 astenuti, segnando un passaggio decisivo nell’iter del provvedimento sostenuto dalla maggioranza di centrodestra. Il testo era già stato approvato dalla Camera, ma le modifiche introdotte durante l’esame a Palazzo Madama rendono necessario un nuovo passaggio a Montecitorio, dove la proposta arriverà quindi in terza lettura. Se la Camera non apporterà ulteriori cambiamenti, il voto potrà diventare quello definitivo.

La protesta delle opposizioni: cartelli contro la “legge truffa”

Il voto finale è stato accompagnato da un clima di forte contrapposizione politica. Poco prima dell’approvazione, i senatori delle opposizioni hanno esposto nell’Aula di Palazzo Madama cartelli gialli e rossi con la scritta “No alla legge truffa”, sintetizzando una contestazione che riguarda sia il metodo seguito dalla maggioranza sia alcuni dei meccanismi centrali della riforma. Particolarmente criticate sono la consistenza del premio di maggioranza, il sistema delle preferenze con capilista bloccati e le nuove regole sulla raccolta delle firme per la presentazione delle liste.

Il nuovo sistema supera i collegi uninominali del Rosatellum

La riforma cambia in maniera profonda l’attuale meccanismo elettorale. Spariscono i collegi uninominali previsti dal Rosatellum e il sistema diventa prevalentemente proporzionale, accompagnato però da un significativo premio di maggioranza destinato alla lista o alla coalizione che raggiunga una determinata soglia di consenso. Il Senato aveva già confermato durante l’esame del provvedimento il superamento degli uninominali e la costruzione di un modello basato soprattutto sui collegi plurinominali.

Premio di maggioranza al raggiungimento del 42%

Il punto politicamente più rilevante è rappresentato dalla soglia del 42% dei voti validi. La lista o la coalizione che raggiungerà almeno questa percentuale sia alla Camera sia al Senato potrà accedere al premio di maggioranza. Il meccanismo prevede l’attribuzione di 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, per un totale di 105 parlamentari assegnati attraverso il premio.

Il premio deve scattare in entrambe le Camere

La condizione non riguarda soltanto il raggiungimento del 42% in uno dei due rami del Parlamento. Per ottenere il premio, infatti, la stessa lista o coalizione deve centrare la soglia prevista in entrambe le Camere. Se questo non accade, oppure se nessuna forza politica raggiunge il 42%, il premio non viene assegnato e i seggi vengono distribuiti secondo un criterio puramente proporzionale. È uno degli elementi con cui i promotori della riforma intendono evitare la formazione di maggioranze differenti tra Camera e Senato.

Il tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori

Il premio non può tuttavia determinare una crescita illimitata della rappresentanza parlamentare della coalizione vincente. La riforma introduce un tetto massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato, esclusi i parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. Se la somma tra i seggi ottenuti attraverso il riparto proporzionale e quelli derivanti dal premio supera questi limiti, entra in funzione un meccanismo di correzione che riduce la quota proporzionale attribuita alla forza vincente.

Restano le soglie del 3% e del 10%

Sul fronte delle soglie di sbarramento, il nuovo testo mantiene sostanzialmente l’impianto già previsto dalla normativa precedente. La soglia nazionale è fissata al 3% per le liste e al 10% per le coalizioni. Al Senato rimane inoltre la deroga per le formazioni che raggiungano almeno il 20% dei voti in una regione. Confermato anche il meccanismo che consente, all’interno di una coalizione, il cosiddetto “ripescaggio” della lista con la percentuale più alta tra quelle rimaste sotto la soglia del 3%.

Eliminata la norma “anti-cespugli”

Una delle modifiche più rilevanti apportate durante il passaggio al Senato riguarda la cancellazione della cosiddetta norma “anti-cespugli”. Il risultato è che anche i voti ottenuti dalle liste coalizzate che non raggiungono il 3% potranno contribuire alla cifra elettorale complessiva della coalizione utilizzata per verificare il raggiungimento della soglia del 42%. La modifica è stata al centro di un intenso confronto politico perché permette anche alle formazioni minori di contribuire alla conquista del premio pur senza ottenere direttamente seggi attraverso il riparto ordinario.

Arrivano le preferenze, ma restano i capilista bloccati

Una delle principali novità introdotte proprio a Palazzo Madama è il ritorno delle preferenze. Il sistema approvato non prevede però preferenze completamente libere: il capolista rimane bloccato, mentre l’elettore può scegliere fino a tre candidati tra i sei nomi prestampati presenti sotto il capolista sulla scheda elettorale. L’emendamento della maggioranza che ha introdotto il meccanismo è stato approvato al Senato dopo un confronto particolarmente acceso.

Fino a tre scelte con alternanza di genere

L’elettore potrà quindi tracciare fino a tre preferenze, rispettando però il principio dell’alternanza di genere nel caso in cui decida di indicare più candidati. Se le scelte successive alla prima non rispettano questo criterio, è previsto l’annullamento delle preferenze irregolari secondo l’ordine stabilito dalla norma. Non si applica invece ai capilista il precedente vincolo della proporzione di genere 60-40 previsto dal Rosatellum, uno degli aspetti che ha alimentato il confronto parlamentare.

M5S all’attacco: “Preferenze farlocche”

Il Movimento Cinque Stelle ha attaccato duramente proprio questo meccanismo. Durante le dichiarazioni di voto il capogruppo Luca Pirondini ha accusato la maggioranza di avere costruito una legge per “imbullonarsi alla poltrona”, sostenendo che le preferenze siano state introdotte soltanto apparentemente. Secondo il M5S, la presenza dei capilista bloccati impedirebbe infatti di parlare di un ritorno completo alla possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

La maggioranza respinge le accuse

Dalla maggioranza è arrivata una lettura completamente opposta. Il senatore di Forza Italia Roberto Rosso ha respinto le accuse di deriva democratica, sostenendo che il nuovo sistema abbia come obiettivo quello di assicurare una maggiore governabilità. Secondo il centrodestra, la soglia del 42% accompagnata dal premio dovrebbe consentire a chi ottiene un consenso elettorale sufficientemente ampio di disporre di numeri parlamentari più solidi e ridurre il rischio di maggioranze fragili durante la legislatura.

Gelmini: “Il principio è che chi vince governa”

Anche Maria Stella Gelmini, intervenendo nelle dichiarazioni di voto, ha difeso il provvedimento sostenendo che affermare che il centrodestra voglia “abolire la democrazia” sia privo di fondamento. La logica rivendicata dalla maggioranza è quella secondo cui “chi vince governa”, con un meccanismo che, nelle intenzioni dei promotori, deve collegare maggiormente l’esito del voto alla possibilità di costruire un governo stabile.

Casellati difende il valore della stabilità

La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati ha insistito sul concetto di stabilità come elemento di credibilità internazionale, capacità di attrarre investimenti e possibilità per l’esecutivo di portare a termine il proprio programma. La maggioranza ha così presentato la revisione della legge elettorale come uno degli strumenti per ridurre la tradizionale instabilità dei governi italiani, respingendo l’accusa delle opposizioni secondo cui il sistema sarebbe stato costruito sulla base delle convenienze elettorali del centrodestra.

Boccia: “Che idea di democrazia è?”

Durissimo invece il giudizio del Partito Democratico. Il capogruppo dei senatori dem Francesco Boccia ha contestato soprattutto la consistenza del premio attribuito a chi raggiunge il 42%, sollevando interrogativi sugli effetti che una maggioranza parlamentare così rafforzata potrebbe determinare anche sull’elezione degli organi costituzionali di garanzia. Proprio il premio è uno dei punti sui quali le opposizioni preannunciano una possibile battaglia anche sul piano della legittimità costituzionale.

Calenda contro il bipolarismo permanente

Tra le voci contrarie alla riforma anche quella del leader di Azione Carlo Calenda, secondo il quale la nuova legge contribuirebbe a perpetuare uno “scontro continuo e costante” tra due blocchi contrapposti. Calenda ha annunciato il voto contrario sottolineando che la sua critica non riguarda soltanto la percentuale fissata per il premio o l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio, ma l’intero modello politico su cui si fonda la riforma.

Renzi: “La stabilità c’è già stata con il Rosatellum”

Contraria anche Italia Viva. Matteo Renzi ha contestato la giustificazione della stabilità avanzata dal centrodestra, ricordando che proprio l’attuale legislatura ha prodotto uno dei governi più longevi della storia repubblicana pur utilizzando il Rosatellum. Secondo l’ex presidente del Consiglio, la modifica delle regole sarebbe quindi motivata non dall’esigenza di garantire stabilità, ma dalle valutazioni politiche sulle prossime elezioni.

L’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio

La riforma prevede inoltre che le forze politiche indichino, al momento del deposito del programma elettorale, il nome della persona proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. Il nome non sarà però stampato sulla scheda elettorale e la disposizione precisa il rispetto delle prerogative costituzionali attribuite al Presidente della Repubblica, cui spetta formalmente il conferimento dell’incarico per la formazione del governo.

Le pluricandidature rimangono possibili

Il sistema mantiene inoltre la possibilità delle pluricandidature. Uno stesso candidato può essere presente nelle liste circoscrizionali previste per l’attribuzione del premio e contemporaneamente candidarsi nei collegi plurinominali, entro i limiti stabiliti dalla normativa. Si tratta di un altro elemento che conserva una componente di selezione dei candidati affidata direttamente alle forze politiche, nonostante l’introduzione delle preferenze per una parte della lista.

La stretta sulla raccolta delle firme

Uno dei capitoli più contestati riguarda le firme necessarie alla presentazione delle liste. Per le formazioni prive dei requisiti previsti per le agevolazioni parlamentari, il numero delle sottoscrizioni arriva fino a 6.000 per collegio. Per altre formazioni con presenza parlamentare prevista dalle disposizioni della riforma il numero può scendere a 1.500, mentre l’esenzione completa è riconosciuta alle forze che al 31 dicembre 2025 disponevano di un gruppo parlamentare alla Camera o al Senato.

La protesta contro le nuove firme

La stretta ha alimentato proteste anche fuori da Palazzo Madama, con le forze escluse dai meccanismi più favorevoli che denunciano il rischio di rendere molto più difficile l’ingresso nell’arena elettorale di nuovi soggetti politici. È su questo fronte che si concentrano alcune delle accuse più pesanti di “salva-casta” avanzate dalle opposizioni, che contestano una differenza eccessiva tra le condizioni richieste alle forze già strutturate in Parlamento e quelle imposte alle nuove liste.

Il voto fuorisede diventa strutturale

Un’altra innovazione importante riguarda il voto dei cittadini fuorisede. Gli elettori che rispettano i requisiti previsti potranno iscriversi a un apposito elenco e votare nel Comune in cui si trovano temporaneamente domiciliati per ragioni di studio, lavoro o cure mediche. La riforma punta quindi a rendere stabile un meccanismo destinato a facilitare la partecipazione di chi vive per lunghi periodi lontano dal Comune nelle cui liste elettorali risulta iscritto.

L’estensione ai caregiver familiari

Durante l’esame del Senato la possibilità è stata ampliata anche ai caregiver familiari. L’estensione riguarda chi assiste per un periodo prolungato una persona sottoposta a cure, terapie o trattamenti in una struttura situata in una regione diversa da quella di residenza elettorale. La modifica approvata a Palazzo Madama rappresenta una delle ragioni per cui il testo dovrà necessariamente tornare alla Camera.

Cambia anche la circoscrizione Estero

La riforma interviene inoltre sull’organizzazione del voto degli italiani all’estero. Per la Camera le attuali ripartizioni geografiche vengono ridotte a due grandi aree, Europa ed extra Unione europea, mentre per il Senato è prevista un’unica area. L’obiettivo dichiarato è semplificare il sistema di ripartizione territoriale della circoscrizione Estero.

La battaglia politica si sposta ora alla Camera

Con il voto del Senato il confronto non è quindi concluso. Poiché Palazzo Madama ha modificato il testo approvato in prima lettura a Montecitorio, la proposta deve tornare alla Camera dei deputati. Il passaggio sarà decisivo: se Montecitorio approverà esattamente il testo uscito dal Senato, la riforma potrà concludere il proprio iter parlamentare; qualunque ulteriore modifica imporrebbe invece un nuovo passaggio nell’altro ramo del Parlamento.

Il testo atteso a Montecitorio il 28 settembre

Secondo la tabella di marcia parlamentare indicata nelle ricostruzioni delle ultime ore, la riforma dovrebbe arrivare nuovamente nell’Aula della Camera a partire dal 28 settembre, con l’obiettivo della maggioranza di arrivare all’approvazione definitiva entro la prima metà di ottobre, prima che la sessione di bilancio entri nella sua fase più intensa. Il testo viene considerato politicamente molto delicato anche per l’eventualità di votazioni a scrutinio segreto.

Sullo sfondo l’incognita della fiducia

Resta inoltre da capire se il governo deciderà di ricorrere alla questione di fiducia sugli articoli modificati. Una scelta del genere consentirebbe alla maggioranza di blindare maggiormente il percorso del provvedimento attraverso votazioni palesi, mentre sul voto finale potrebbe restare l’incognita dello scrutinio segreto qualora ne ricorrano le condizioni e venga richiesto dalle opposizioni.

Le opposizioni preparano la battaglia dei ricorsi

Il confronto potrebbe infine trasferirsi dalle Aule parlamentari a quelle giudiziarie. Le opposizioni hanno già annunciato l’intenzione di sostenere eventuali iniziative volte a sollevare davanti alla Corte costituzionale dubbi sulla nuova disciplina. Boccia ha preannunciato una stagione di ricorsi qualora la maggioranza procedesse senza modificare i punti contestati, con particolare attenzione al premio di maggioranza e alle regole sulla presentazione delle liste.