La crisi migratoria esplosa a Ceuta, città autonoma spagnola situata sulla costa nordafricana, riporta al centro dell’agenda dell’Unione europea il tema dei rimpatri e della gestione esterna delle frontiere. Dopo l’arrivo in pochi giorni di decine di migliaia di persone dal territorio marocchino, l’Italia intende chiedere all’Europa di accelerare la creazione di hub di rimpatrio nei Paesi terzi, strutture destinate ai migranti che non hanno titolo per rimanere all’interno dell’Unione.
Il progetto sarà uno dei principali argomenti della riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione europea prevista per martedì 4 agosto 2026, convocata per esaminare quanto accaduto a Ceuta e valutare una risposta comune. L’incontro è stato sollecitato attraverso un’iniziativa politica sostenuta da 22 Stati europei, con Italia e Danimarca in prima linea.
Roma rilancia il “modello Albania” su scala europea
La proposta italiana punta a trasferire su scala europea l’impostazione sperimentata attraverso l’accordo tra Roma e Tirana. L’obiettivo dichiarato è creare centri collocati fuori dal territorio dell’Unione nei quali trasferire persone già destinatarie di un provvedimento definitivo di rimpatrio.
Il governo guidato da Giorgia Meloni considera questi centri uno strumento per rendere più rapide le espulsioni, alleggerire la pressione sui sistemi nazionali di accoglienza e rafforzare la capacità dell’Europa di far rispettare le decisioni di allontanamento. L’esecutivo italiano rivendica da tempo di aver aperto la strada a questa soluzione attraverso i centri realizzati in Albania.
Return hub e centri in Albania non sono la stessa cosa
Nonostante il frequente riferimento al “modello Albania”, i futuri return hub europei avrebbero caratteristiche almeno in parte differenti. I centri italiani in Albania sono infatti sottoposti alla giurisdizione italiana e sono stati inizialmente progettati per gestire alcune procedure di frontiera e di asilo, prima della loro parziale riconversione in strutture per persone in attesa di rimpatrio.
Gli hub previsti dal nuovo regolamento europeo riguarderebbero invece cittadini stranieri già presenti nell’Unione, privi del diritto di soggiorno e destinatari di una decisione di rimpatrio. Potrebbero essere utilizzati come destinazione finale oppure come centri di transito in attesa del ritorno nel Paese di origine o in un altro Stato terzo disponibile ad accoglierli.
Uganda, Montenegro e gli altri Paesi presi in considerazione
Tra i possibili Paesi con i quali sarebbero stati avviati contatti o valutazioni figurano Uganda e Montenegro, insieme ad altri Stati africani, balcanici e asiatici. Nelle ipotesi circolate vengono indicati anche Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Etiopia, Armenia e Uzbekistan.
Al momento, tuttavia, non risultano accordi europei definitivamente conclusi. L’Uganda era già stata indicata in passato come possibile interlocutore dei Paesi Bassi, mentre altri governi europei avevano valutato differenti collaborazioni esterne. Le discussioni restano quindi in una fase prevalentemente politica e diplomatica.
La disponibilità della Commissione europea
Da Bruxelles è arrivata una prima apertura. La Commissione europea ha fatto sapere di essere pronta a esaminare proposte complete avanzate dagli Stati membri, purché fondate sulla cooperazione strategica con i Paesi partner e compatibili con il diritto europeo e internazionale.
L’esecutivo comunitario ha però chiarito che i prossimi passi spettano ai governi nazionali. Saranno gli Stati membri a dover individuare i Paesi disponibili, definire il contenuto degli accordi, stabilire le responsabilità nella gestione delle strutture e assicurare il rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento europeo.
Il nodo centrale dei finanziamenti europei
Uno degli ostacoli principali riguarda il finanziamento degli hub. Il governo italiano vorrebbe che le strutture fossero sostenute attraverso risorse europee, evitando che i costi ricadano esclusivamente sui singoli Stati promotori.
Il Fondo Asilo, migrazione e integrazione dell’Unione europea dispone, per il periodo 2021-2027, di una dotazione complessiva di 10,94 miliardi di euro e può finanziare interventi finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare, all’efficacia dei rimpatri e alla cooperazione con i Paesi terzi. Non è però ancora definito se, con quali condizioni e in quale misura queste risorse potranno essere destinate alla costruzione e alla gestione di nuovi centri esterni.
Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri
Sul piano normativo, l’Unione europea ha già compiuto un passaggio decisivo. Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto nel giugno 2026 un accordo sul nuovo Sistema europeo comune per i rimpatri, destinato a sostituire la precedente direttiva e a uniformare le procedure tra gli Stati membri.
Le nuove disposizioni introducono un ordine europeo di rimpatrio, rafforzano il riconoscimento reciproco delle decisioni adottate dai diversi Paesi e prevedono regole più severe nei confronti delle persone che non collaborano con le autorità o tentano di sottrarsi all’allontanamento. Il regolamento dovrà completare i passaggi formali necessari per la definitiva entrata in vigore e per la piena applicazione delle sue disposizioni.
Gli hub ammessi soltanto con precise garanzie
Il nuovo quadro europeo consente agli Stati membri di concludere accordi con Paesi terzi per la realizzazione dei return hub. Questi accordi potranno però essere sottoscritti soltanto con Stati che rispettino i diritti fondamentali, gli standard internazionali e il principio di non respingimento, che vieta di trasferire una persona verso un territorio nel quale rischierebbe persecuzioni, torture o trattamenti inumani.
Le decisioni di rimpatrio dovranno continuare a essere adottate sulla base di valutazioni individuali e potranno essere contestate davanti a un’autorità giudiziaria. I minori stranieri non accompagnati sono esclusi dal sistema degli hub previsto dall’intesa europea.
I numeri contrastanti della crisi di Ceuta
Mentre l’Europa discute delle nuove strutture, resta estremamente incerto il bilancio di quanto avvenuto a Ceuta. Le autorità marocchine hanno fornito stime molto inferiori rispetto a quelle diffuse da Madrid e dall’amministrazione locale della città autonoma.
Il ministero dell’Interno marocchino ha parlato di 11 vittime, mentre il governo spagnolo avrebbe segnalato almeno 72 morti. Altre valutazioni provenienti dalle autorità di Ceuta hanno indicato numeri ancora più elevati. Le differenze impediscono, al momento, di stabilire un bilancio definitivo e condiviso.
Anche le stime sugli ingressi oscillano sensibilmente. Il Marocco ha parlato di circa 40 mila persone, mentre fonti spagnole e locali hanno indicato numeri compresi tra 50 mila e 80 mila migranti. La stampa internazionale ha riferito di un afflusso di circa 60 mila persone nell’arco di 24 ore.
Tra 3 mila e 5 mila migranti ancora nella città
Secondo l’assessore alla Presidenza e al Governo dell’amministrazione di Ceuta, Alberto Gaitan, non esiste ancora una stima ufficiale e consolidata delle persone effettivamente entrate e di quelle successivamente rientrate in Marocco.
I dati valutati dal ministero dell’Interno spagnolo parlerebbero di circa 73 mila rimpatri, mentre tra 3 mila e 5 mila persone si troverebbero ancora nelle strade, sulle colline, nelle zone boschive e lungo le scogliere della città. Gaitan ha definito la situazione «molto difficile», soprattutto per coloro che non intendono fare ritorno volontariamente in Marocco.
Il centro di accoglienza è al collasso
Il Centro di soggiorno temporaneo per immigrati di Ceuta, progettato per ospitare circa 600 persone, risulterebbe completamente occupato. All’esterno della struttura sarebbero accampati altri migranti, mentre numerosi giovani cercherebbero riparo nelle aree più isolate della città per evitare i controlli e i rimpatri.
L’amministrazione locale denuncia una pressione senza precedenti sui servizi sociali, sanitari e di sicurezza. Ceuta conta complessivamente circa 85 mila abitanti e l’arrivo di decine di migliaia di persone nell’arco di poche ore avrebbe portato, almeno temporaneamente, quasi al raddoppio della popolazione presente nell’exclave.
L’emergenza dei minori non accompagnati
Particolarmente grave è la situazione dei minorenni. Secondo Gaitan, a Ceuta sarebbero stati censiti 862 minori stranieri, a fronte di una capacità ordinaria assegnata dal governo centrale pari ad appena 29 posti.
L’amministrazione parla quindi di una sovraoccupazione vicina al 3.000 per cento, con il rischio che il numero aumenti ulteriormente. La gestione dei minori richiede procedure specifiche di identificazione, tutela e accoglienza e non può essere affrontata attraverso rimpatri automatici o collettivi.
Ceuta accusa Madrid di una risposta tardiva
Il governo locale ha rivolto critiche pesanti all’esecutivo di Pedro Sánchez. Secondo Gaitan, Madrid sarebbe intervenuta in maniera «tardiva e insufficiente», nonostante le ripetute segnalazioni sull’aumento degli ingressi via mare e dei tentativi di raggiungere la città a nuoto.
L’amministrazione di Ceuta sostiene di aver chiesto la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, la chiusura temporanea della frontiera e una più rapida mobilitazione di Polizia, Guardia Civil ed esercito. Le richieste non sarebbero state accolte prima dell’esplosione della crisi del 30 luglio.
Le barriere galleggianti davanti al Tarajal
La Spagna ha successivamente rafforzato il dispositivo di sicurezza nella zona di El Tarajal, uno dei principali punti di passaggio tra il Marocco e Ceuta. Al largo del molo sono state installate barriere galleggianti lunghe circa 500 metri, sorvegliate in modo permanente dalla Guardia Civil.
Il sistema è stato predisposto per ostacolare gli ingressi a nuoto, modalità utilizzata da migliaia di persone durante la fase più critica dell’emergenza. Il personale delle forze di sicurezza e delle forze armate dispiegato nella città sarebbe stato portato a circa 3 mila unità.
Rabat attribuisce la crisi a disinformazione e trafficanti
Il ministero dell’Interno marocchino ha escluso che gli eventi siano stati completamente spontanei. Secondo il portavoce Rachid Khalfi, la mobilitazione sarebbe stata alimentata dalla diffusione di informazioni false sui social network, dalle attività delle organizzazioni dedite alla tratta di esseri umani e da interpretazioni scorrette di recenti decisioni della magistratura spagnola.
In particolare, si sarebbe diffusa la convinzione che raggiungere Ceuta a nuoto consentisse di evitare il respingimento immediato. Questa interpretazione avrebbe spinto numerose persone a scegliere la via marittima, nonostante i rischi estremamente elevati della traversata.
La procura marocchina avrebbe aperto indagini per individuare eventuali responsabilità penali e ricostruire il ruolo svolto dalle reti criminali e dai canali di disinformazione.
Madrid difende la collaborazione con il Marocco
Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha invece difeso apertamente il comportamento di Rabat. Secondo il capo della diplomazia spagnola, il Marocco avrebbe offerto fin dall’inizio la propria collaborazione per contenere gli ingressi e favorire il rapido rientro delle persone entrate a Ceuta.
Albares ha sostenuto che la maggioranza dei migranti avrebbe già fatto ritorno in territorio marocchino e che le autorità di Rabat continuerebbero a cooperare per il rientro di coloro che si trovano ancora nell’exclave. Madrid intende chiedere all’Europa un maggiore sostegno nella gestione di quella che viene definita l’unica frontiera terrestre dell’Unione europea con il continente africano.
Il presidente di Ceuta: «Il Marocco non è affidabile»
Di segno opposto è la posizione del presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, secondo il quale il Marocco avrebbe dimostrato di non essere un partner affidabile. Vivas ha chiesto a Madrid e all’Unione europea una risposta più decisa per tutelare l’integrità territoriale spagnola e impedire il ripetersi di episodi analoghi.
Il presidente ha ricordato la precedente crisi del maggio 2021, sottolineando però che l’emergenza del luglio 2026 avrebbe raggiunto dimensioni molto superiori. A suo giudizio, quanto accaduto deve diventare un punto di svolta nei rapporti tra Spagna, Marocco e istituzioni europee.
Albares attacca l’Italia e la gestione di Lampedusa
La crisi ha innescato anche un duro confronto diplomatico tra Madrid e Roma. Intervistato dalla televisione pubblica spagnola, Albares ha accusato il governo italiano di non essere stato «all’altezza» nella gestione dei fenomeni migratori.
Il ministro ha affermato che l’Italia sarebbe «sommersa» dagli arrivi a Lampedusa e non sarebbe riuscita a risolvere la propria situazione con la stessa rapidità mostrata dalla Spagna a Ceuta. Secondo Albares, Madrid avrebbe dimostrato solidarietà nei confronti degli altri Stati europei durante le precedenti crisi migratorie e avrebbe anche accolto parte delle persone arrivate in Italia.
Le dichiarazioni hanno aumentato la tensione dopo la decisione italiana di reintrodurre temporaneamente controlli nei collegamenti con la Spagna, misura motivata da Roma con la necessità di prevenire eventuali movimenti secondari di migranti verso il territorio italiano.
Il governo italiano difende i controlli alle frontiere
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che la linea italiana è contraria ai flussi irregolari e finalizzata a verificare l’identità e i documenti delle persone in ingresso. Lo stesso Tajani ha tuttavia precisato che, nelle prime fasi dei controlli, non sarebbero state individuate persone prive dei requisiti necessari per entrare in Italia.
Il vicepremier Matteo Salvini ha sostenuto la scelta del governo, definendo il controllo dei confini una misura di buonsenso. Le opposizioni hanno invece accusato l’esecutivo di aver trasformato la crisi di Ceuta in uno scontro politico con un altro Stato membro dell’Unione.
Le critiche delle opposizioni alla scelta italiana
Il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha contestato quella che ha definito una prova muscolare nei confronti della Spagna. Anche Carlo Calenda, Matteo Renzi, Angelo Bonelli e Riccardo Magi hanno criticato la decisione di rafforzare i controlli, giudicandola inefficace o dettata da ragioni di politica interna.
Il governo ritiene invece che quanto avvenuto a Ceuta dimostri la necessità di predisporre strumenti preventivi e procedure comuni. Secondo fonti dell’esecutivo, un afflusso improvviso di dimensioni simili potrebbe verificarsi anche lungo altre frontiere esterne dell’Unione.
Un’Europa ancora divisa sugli hub
Il fronte favorevole agli hub comprende Italia, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Grecia e Germania, oltre ad altri governi che hanno progressivamente assunto posizioni più rigide sulla gestione dell’immigrazione irregolare.
Restano invece più prudenti o contrari Paesi come Francia, Spagna, Portogallo e Lussemburgo. Le divergenze riguardano non soltanto l’opportunità politica delle strutture, ma anche i costi, le garanzie giuridiche, la responsabilità sui migranti trasferiti e il rischio che gli Stati terzi utilizzino la cooperazione migratoria come strumento di pressione diplomatica.
La richiesta spagnola di solidarietà europea
Durante la riunione straordinaria del 4 agosto, Madrid chiederà il sostegno di tutti gli Stati membri. Il governo Sánchez insiste sulla necessità di riconoscere la specificità geografica di Ceuta e Melilla, territori spagnoli ed europei collocati lungo il confine con il Marocco.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito che il contrasto all’immigrazione irregolare richiede solidarietà, protezione delle frontiere esterne e coordinamento tra le autorità nazionali ed europee. La crisi ha però mostrato quanto sia ancora fragile l’unità politica dell’Unione quando l’emergenza investe direttamente uno dei suoi confini.
L’appello di Papa Leone XIV
Sulla situazione è intervenuto anche Papa Leone XIV, che durante la preghiera domenicale in Piazza San Pietro ha espresso preoccupazione per quanto accaduto a Ceuta.
Il Pontefice ha auspicato che possano essere individuate soluzioni fondate sulla pace, sulla stabilità e sulla giustizia, richiamando implicitamente la necessità di conciliare la sicurezza delle frontiere con la tutela della vita e della dignità delle persone coinvolte.
Il vertice del 4 agosto come primo banco di prova
La riunione dei ministri dell’Interno rappresenterà il primo vero banco di prova per la proposta italiana. Roma cercherà un sostegno politico alla creazione di una rete europea di hub e chiederà che Bruxelles partecipi direttamente al finanziamento e alla negoziazione degli accordi con i Paesi terzi.
Difficilmente l’incontro produrrà decisioni operative immediate. Sarà però importante capire quanti governi siano realmente disposti a passare dalle dichiarazioni politiche alla costruzione delle strutture, assumendosi i relativi costi finanziari, diplomatici e giuridici.
La crisi di Ceuta ha reso più urgente un confronto già in corso da anni. L’Europa dovrà ora decidere se trasformare i return hub in uno strumento comune oppure lasciare che ogni Stato continui a cercare autonomamente accordi esterni, con regole, responsabilità e livelli di tutela differenti.