La breve fase di relativa calma tra Stati Uniti e Iran è terminata con una nuova e improvvisa escalation militare che coinvolge contemporaneamente Giordania, Iraq e Stretto di Hormuz. Nella notte tra martedì 28 e mercoledì 29 luglio 2026, Teheran ha lanciato diversi missili balistici contro installazioni militari statunitensi presenti in territorio giordano, mentre Washington e Riad hanno condotto raid congiunti contro depositi di armi e strutture logistiche di gruppi armati legati all’Iran nell’Iraq orientale.
L’offensiva è arrivata poche ore dopo l’incontro alla Casa Bianca tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, concentrato proprio sul futuro della guerra contro l’Iran, sul programma nucleare di Teheran e sulle condizioni necessarie per evitare una nuova campagna militare su vasta scala. La coincidenza temporale ha trasformato l’attacco in un segnale politico oltre che militare: l’Iran vuole dimostrare di conservare capacità di reazione nonostante cinque mesi di conflitto e bombardamenti contro le sue infrastrutture strategiche.
I missili iraniani contro le forze statunitensi in Giordania
Il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha rivendicato il lancio di diversi missili balistici contro installazioni che ospitano forze statunitensi in Giordania. Secondo il Comando centrale americano, l’operazione è stata concepita come un “attacco a sorpresa” contro il personale militare degli Stati Uniti schierato nella regione.
Il Centcom ha comunicato che tutti i vettori diretti contro le forze americane sono stati intercettati con successo e che non risultano, sulla base delle prime informazioni, vittime o danni significativi alle installazioni statunitensi. Le forze americane hanno comunque mantenuto un livello elevato di allerta operativa, in previsione di ulteriori attacchi iraniani o di iniziative delle milizie alleate di Teheran.
La Giordania, Paese alleato di Washington e sede di importanti infrastrutture militari utilizzate anche dagli Stati Uniti, si trova nuovamente al centro dello scontro. La posizione geografica del regno, confinante con Israele, Iraq e Siria, ne fa una piattaforma strategica per le operazioni occidentali, ma allo stesso tempo lo espone direttamente alle rappresaglie iraniane.
La Giordania abbatte cinque missili provenienti dall’Iran
Le forze armate giordane hanno dichiarato di avere intercettato e abbattuto cinque missili lanciati dal territorio iraniano e diretti verso il regno. Amman ha ribadito che non consentirà a nessuna delle parti coinvolte nel conflitto di violare il proprio spazio aereo o di trasformare il territorio giordano in un campo di battaglia.
Non sono stati segnalati morti o feriti. Le autorità hanno avviato le operazioni per individuare e mettere in sicurezza i frammenti caduti dopo le intercettazioni, mentre le unità della difesa aerea restano in stato di massima prontezza. Non si tratta, peraltro, del primo episodio simile: nel corso di luglio la Giordania aveva già neutralizzato diversi missili e droni provenienti dall’Iran.
La risposta giordana conferma la volontà di difendere la sovranità nazionale indipendentemente dalla destinazione finale dei vettori. Per Amman, l’eventuale transito di missili iraniani rappresenta infatti una minaccia diretta per la popolazione civile, anche quando gli obiettivi dichiarati sono basi o strutture appartenenti agli Stati Uniti.
Stati Uniti e Arabia Saudita colpiscono le milizie in Iraq
Quasi contemporaneamente all’attacco iraniano, caccia statunitensi e sauditi hanno colpito diversi siti nell’Iraq orientale. Secondo il Centcom, gli obiettivi erano strutture logistiche, depositi di armi e centri operativi utilizzati da gruppi armati allineati con Teheran e incaricati dalle Guardie rivoluzionarie di attaccare le forze americane e le infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita.
Washington sostiene che nelle precedenti 72 ore siano stati organizzati oltre trenta attacchi con droni contro obiettivi statunitensi e sauditi. I raid congiunti del 28 luglio sono stati quindi presentati come una risposta militare destinata a ridurre la capacità delle milizie di organizzare ulteriori offensive.
Il coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita segna un passaggio particolarmente delicato. Riad, che nelle fasi precedenti aveva cercato di limitare il proprio ruolo operativo, ha giustificato l’intervento richiamando il diritto all’autodifesa dopo gli attacchi con droni contro gli impianti petroliferi della Provincia Orientale.
Il bilancio dei raid resta ancora provvisorio
Le Forze di mobilitazione popolare irachene, conosciute anche come PMF o Hashd al-Shaabi, hanno denunciato attacchi contro diverse proprie sedi. Un primo bilancio ha indicato almeno otto membri uccisi e alcuni feriti, mentre altre fonti locali hanno parlato di un numero di vittime superiore. La valutazione definitiva resta difficile a causa della dispersione degli obiettivi colpiti e della presenza di strutture in più province.
Le PMF sono formalmente inserite nell’apparato di sicurezza iracheno, ma comprendono formazioni con livelli differenti di autonomia e legami politici, militari e ideologici con l’Iran. Proprio questa doppia natura rende ogni attacco contro le loro strutture potenzialmente esplosivo: Washington le considera in parte una rete di milizie utilizzata da Teheran, mentre Baghdad le considera anche una componente ufficiale delle proprie forze di sicurezza.
Il governo iracheno teme che il territorio nazionale venga trasformato in un fronte permanente della guerra regionale. Baghdad ha ribadito l’impegno a impedire che l’Iraq venga usato come punto di partenza per attacchi contro Paesi confinanti, ma dispone di strumenti limitati per controllare tutte le fazioni armate presenti nel Paese.
Tre petroliere colpite e costrette a fermarsi a Hormuz
Un secondo fronte dell’escalation si è aperto nello Stretto di Hormuz, dove le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno affermato di avere colpito tre petroliere che avrebbero ignorato gli avvertimenti delle autorità di Teheran e seguito una rotta definita “pericolosa e illegale”.
Secondo la versione iraniana, le imbarcazioni sarebbero state raggiunte e costrette a interrompere la navigazione. Le Guardie rivoluzionarie hanno avvertito che le navi intenzionate a seguire indicazioni statunitensi senza coordinarsi con l’Iran potrebbero subire ulteriori interventi. Al momento, tuttavia, il racconto fornito da Teheran non è stato verificato in maniera indipendente e non sono stati diffusi dati certi sull’identità delle petroliere, sulle bandiere, sugli equipaggi o sull’entità dei danni.
La mancanza di informazioni indipendenti è particolarmente rilevante perché i segnali dei sistemi di identificazione automatica delle navi sono diventati meno affidabili dall’inizio della crisi. Spegnimenti, interferenze e modifiche delle rotte rendono difficile ricostruire in tempo reale il movimento delle unità commerciali.
Perché lo Stretto di Hormuz è decisivo per l’economia mondiale
Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mar Arabico ed è una delle più importanti strozzature energetiche del pianeta. Nel 2025 vi sono transitati mediamente circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi al giorno, equivalenti a circa un quarto del commercio marittimo mondiale di greggio e derivati.
Lo stretto è largo circa 54 chilometri nel suo punto più stretto, ma le corsie utilizzabili dalle grandi navi commerciali sono molto più limitate. Attraverso questo passaggio viaggiano le esportazioni provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Iraq, Bahrain e Iran, con una quota preponderante diretta verso i mercati asiatici.
Le alternative terrestri possono compensare soltanto una parte dei volumi. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le infrastrutture di Arabia Saudita ed Emirati possono deviare fra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno, una quantità insufficiente rispetto ai flussi ordinari dello stretto. Hormuz è inoltre fondamentale per il gas naturale liquefatto: da qui passa quasi tutto il gas esportato via mare dal Qatar e gran parte di quello degli Emirati.
Il petrolio torna a correre sui mercati internazionali
La nuova escalation ha provocato un immediato aumento dei prezzi del greggio. Nelle contrattazioni della mattina del 29 luglio, il Brent è salito di oltre tre dollari, avvicinandosi agli 87 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate americano si è riportato intorno agli 82 dollari, interrompendo tre sedute consecutive di ribassi.
Gli investitori temono che l’attacco alle petroliere, la riduzione del traffico navale e la ripresa dei bombardamenti possano compromettere il parziale recupero dei flussi energetici osservato dopo la sospensione delle operazioni americane. Martedì soltanto cinque navi commerciali cariche di materie prime hanno attraversato Hormuz, un livello ancora molto distante dalla normalità.
La pressione non riguarda soltanto il greggio. Una crisi prolungata potrebbe incidere sul prezzo dei carburanti, sul costo dei trasporti marittimi, sui premi assicurativi delle navi e sul gas naturale liquefatto, con conseguenze potenziali anche per l’industria europea e per i Paesi asiatici maggiormente dipendenti dalle forniture del Golfo.
La proposta dell’Oman si arena davanti al rifiuto iraniano
La ripresa delle ostilità compromette gli sforzi diplomatici dell’Oman, impegnato a elaborare un meccanismo condiviso per la gestione dello Stretto di Hormuz. La proposta sostenuta da alcuni Paesi del Golfo prevedeva un controllo regionale della navigazione e contributi volontari delle navi per finanziare sicurezza, tutela ambientale e operazioni di soccorso.
Teheran ha però respinto l’ipotesi di una gestione paritaria con Mascate, sostenendo che l’intera rotta di ingresso e una parte di quella di uscita dovrebbero essere sottoposte al controllo iraniano. Per il governo della Repubblica islamica, una divisione al 50% non garantirebbe la sicurezza nazionale dopo gli attacchi subiti a partire dalla fine di febbraio.
Il fallimento del piano omanita allontana la possibilità di una rapida normalizzazione del traffico. La questione di Hormuz è ormai intrecciata al programma nucleare iraniano, alle sanzioni, alle garanzie di sicurezza richieste da Teheran e alla presenza militare americana nel Golfo.
Trump e Netanyahu ribadiscono l’intesa sull’Iran
L’escalation è avvenuta subito dopo il colloquio tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale. L’incontro, durato quasi un’ora e mezza e svolto a porte chiuse, è stato definito “positivo e produttivo” dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.
Netanyahu lo ha descritto come uno dei migliori confronti mai avuti con Trump, parlando di piena collaborazione e di una comprensione comune dell’obiettivo principale: impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Al tavolo erano presenti anche alcuni dei principali esponenti dell’amministrazione americana, tra cui il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth.
Dietro le dichiarazioni concilianti restano tuttavia divergenze significative. Netanyahu continua a considerare l’opzione militare essenziale per bloccare il programma nucleare iraniano, mentre Trump ha mostrato interesse per una soluzione negoziale capace di evitare un conflitto ancora più lungo e costoso.
Il nodo di Pickaxe Mountain e le tensioni tra i due leader
Poco prima dell’incontro, Trump aveva criticato pubblicamente Netanyahu per avere anticipato l’intenzione di presentare nuove informazioni di intelligence sulle attività iraniane nel sito sotterraneo conosciuto come Pickaxe Mountain.
Il presidente americano aveva sostenuto di conoscere già la situazione e aveva lasciato intendere che il premier israeliano volesse mantenere gli Stati Uniti pienamente coinvolti nella guerra. Trump ha comunque ribadito che, in assenza di un accordo, Washington conserva la capacità di colpire e distruggere le infrastrutture nucleari iraniane.
Il confronto fotografa la differenza fra le due strategie. Israele teme che una tregua permetta a Teheran di ricostruire le proprie capacità militari e nucleari. La Casa Bianca, invece, deve tenere conto dei costi economici della guerra, dell’aumento dei carburanti e delle divisioni interne al Partito repubblicano sulla prosecuzione dell’intervento.
Teheran punta a rafforzare la difesa aerea
A confermare che l’Iran si prepara anche a una possibile nuova fase della guerra è la notizia di un accordo per l’acquisto di sistemi antiaerei portatili di fabbricazione cinese. Secondo fonti citate da Reuters, Teheran dovrebbe ricevere nelle prossime settimane una prima fornitura nell’ambito di un contratto comprendente fra 300 e 400 lanciamissili QW-12 e FN-16, per un valore stimato fra 60 e 70 milioni di dollari.
Si tratta di sistemi trasportabili e utilizzabili da piccoli reparti contro droni, elicotteri e aerei a bassa quota. La loro mobilità permetterebbe all’Iran di proteggere installazioni militari, siti energetici e infrastrutture sensibili con dispositivi più difficili da individuare rispetto alle batterie antiaeree fisse.
Il ministero degli Esteri cinese ha definito infondate le informazioni sull’accordo, mentre il Pakistan ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’eventuale trasferimento delle armi. Le fonti hanno comunque precisato che tempi, quantità e modalità della consegna potrebbero ancora cambiare.
Il rischio di una guerra regionale senza più confini definiti
La successione degli eventi dimostra come il conflitto abbia ormai superato i confini iraniani. Le operazioni coinvolgono direttamente le basi americane in Giordania, le milizie presenti in Iraq, le infrastrutture petrolifere saudite, le rotte navali di Hormuz e, attraverso gli Houthi, anche il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb.
La principale preoccupazione riguarda il possibile automatismo delle rappresaglie. Un missile iraniano capace di provocare vittime americane potrebbe spingere Trump a riprendere i bombardamenti su larga scala. Un attacco grave contro impianti petroliferi sauditi potrebbe portare Riad a partecipare in modo ancora più diretto alle operazioni. Un incidente con numerose vittime a bordo di una petroliera potrebbe invece determinare una missione navale internazionale.
Anche l’Iraq rischia di essere trascinato sempre più profondamente nello scontro. La presenza contemporanea di forze americane, strutture governative e milizie legate all’Iran crea una sovrapposizione nella quale distinguere tra apparati statali e gruppi autonomi diventa sempre più complesso.
Diplomazia e deterrenza si muovono sullo stesso terreno
Nelle prossime ore l’attenzione sarà concentrata sulla risposta di Washington e sulle eventuali nuove operazioni di Teheran. Gli Stati Uniti potrebbero limitarsi ai raid compiuti insieme all’Arabia Saudita oppure considerarli soltanto il primo passaggio di una reazione più ampia.
Parallelamente, Oman e altri mediatori regionali continueranno probabilmente a cercare un compromesso sulla navigazione nello Stretto di Hormuz. Senza una soluzione sulle rotte commerciali, tuttavia, sarà difficile trasformare la sospensione temporanea dei bombardamenti in un vero cessate il fuoco.
L’incontro tra Trump e Netanyahu ha mostrato che Stati Uniti e Israele mantengono una posizione comune sull’obiettivo finale, ma non necessariamente sui tempi e sui mezzi per raggiungerlo. La nuova offensiva iraniana potrebbe riavvicinare le rispettive strategie militari oppure convincere la Casa Bianca che la pressione armata, da sola, non è sufficiente.
Il Medio Oriente torna sull’orlo di una nuova escalation
L’attacco alla base statunitense in Giordania, i bombardamenti congiunti in Iraq e il presunto fermo delle tre petroliere a Hormuz rappresentano una delle fasi più pericolose dall’inizio della guerra del 28 febbraio. La tregua informale che aveva alimentato le speranze di una ripresa negoziale appare ora gravemente compromessa.
Il petrolio è tornato a salire, la navigazione nello stretto resta ridotta e le principali potenze regionali stanno rafforzando le proprie difese. In questo quadro, anche un singolo errore di valutazione potrebbe produrre conseguenze molto più ampie, coinvolgendo direttamente altri Stati e mettendo ulteriormente sotto pressione i mercati energetici mondiali.