Benjamin Netanyahu torna alla Casa Bianca in uno dei momenti più delicati delle relazioni tra Israele e Stati Uniti. Il primo ministro israeliano incontrerà oggi, martedì 28 luglio 2026, il presidente americano Donald Trump, nel tentativo di superare settimane di attriti e dimostrare la propria disponibilità a collaborare sui principali dossier mediorientali.
L’appuntamento arriva mentre Washington e Gerusalemme continuano a condividere obiettivi strategici, ma mostrano posizioni sempre più distanti sui tempi e sulle modalità con cui raggiungerli. Le concessioni israeliane sulla Striscia di Gaza e sul Libano vengono interpretate come segnali di apertura verso la Casa Bianca. Il principale elemento di divisione resta tuttavia l’Iran, sul quale Netanyahu continua a privilegiare l’opzione militare mentre Trump appare intenzionato a riaprire uno spazio diplomatico.
Un vertice riservato lontano dalle telecamere
L’incontro non dovrebbe essere aperto alla stampa, salvo un eventuale cambiamento di programma deciso dal presidente americano. Una scelta che consentirebbe ai due leader di affrontare le divergenze senza esporsi al rischio di un confronto pubblico o di dichiarazioni potenzialmente imbarazzanti.
La riservatezza del colloquio appare particolarmente significativa dopo le indiscrezioni sulle telefonate sempre più tese tra Trump e Netanyahu. Nonostante le prevedibili dichiarazioni di amicizia e le consuete formule diplomatiche, dietro l’apparente unità si nasconde una relazione diventata più complessa rispetto ai primi mesi del nuovo mandato del presidente statunitense.
Il vertice dovrebbe svolgersi poche ore prima del funerale del senatore repubblicano Lindsey Graham alla Cattedrale Nazionale di Washington. Proprio la presenza di Netanyahu negli Stati Uniti per le esequie avrebbe contribuito, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche americane, a rendere possibile l’incontro con Trump.
La visita rinviata e la resistenza dell’amministrazione americana
Il colloquio era stato inizialmente previsto per la settimana precedente, ma sarebbe stato rinviato su richiesta statunitense. La difficoltà incontrata nell’organizzazione della visita rappresenta un cambiamento rilevante rispetto al recente passato, quando Netanyahu poteva contare su un accesso privilegiato alla Casa Bianca.
Secondo la CNN, l’amministrazione americana avrebbe mostrato una certa resistenza prima di confermare l’appuntamento. Netanyahu avrebbe comunque comunicato la propria intenzione di recarsi negli Stati Uniti, anche in assenza di un vertice ufficiale, per partecipare al funerale di Graham.
Per il primo ministro israeliano, il semplice fatto di essere ricevuto da Trump costituisce quindi già un risultato politico. Nelle ultime settimane Netanyahu avrebbe cercato di convincere i media americani che tra i due governi non esiste una vera frattura, ma soltanto differenti valutazioni tattiche.
Il rapporto personale tra Trump e Netanyahu si è deteriorato
Dall’inizio del nuovo mandato di Donald Trump, Netanyahu è stato ricevuto numerose volte alla Casa Bianca, con una frequenza superiore a quella riservata a molti altri leader internazionali. Negli ultimi mesi, però, il rapporto personale tra i due si sarebbe progressivamente deteriorato.
Diversi retroscena hanno raccontato di telefonate tese, discussioni sugli obiettivi militari israeliani e crescente irritazione da parte del presidente statunitense. Trump sarebbe preoccupato per le conseguenze regionali e interne di una guerra prolungata, mentre Netanyahu continuerebbe a considerare la pressione militare indispensabile per indebolire definitivamente l’Iran.
La differenza non riguarda soltanto Teheran. Washington chiede a Israele maggiore flessibilità anche sulla Striscia di Gaza e sul sud del Libano, dove l’amministrazione americana punta a creare le condizioni per un progressivo ritorno delle autorità locali e delle forze internazionali.
L’Iran è il principale motivo di divisione
Il futuro del conflitto con l’Iran sarà il dossier più importante del vertice. Netanyahu vorrebbe convincere Trump a mantenere una postura aggressiva e a concentrare eventuali nuove operazioni sugli obiettivi considerati prioritari da Israele, a partire dalle infrastrutture legate al programma nucleare di Teheran.
Il governo israeliano ritiene che la pressione militare abbia indebolito le capacità iraniane, ma teme che una pausa troppo lunga possa consentire alla Repubblica islamica di ricostruire impianti, sistemi di difesa e strutture operative. Per questo Netanyahu dovrebbe presentare al presidente americano nuove informazioni di intelligence sulla condizione del programma nucleare iraniano.
Tra i siti sotto osservazione figurerebbero le aree vicine all’impianto di Natanz e al Monte Kulang, considerate rilevanti per valutare le effettive capacità di ripresa del sistema nucleare iraniano. Le informazioni israeliane potrebbero essere utilizzate per sostenere la necessità di mantenere aperta l’opzione militare.
Trump vuole riaprire la strada della diplomazia
Donald Trump appare invece intenzionato a verificare la possibilità di una soluzione negoziale. Dopo giorni caratterizzati da dichiarazioni molto dure, il presidente americano ha affermato che esiste una concreta opportunità di raggiungere un’intesa con Teheran.
Gli Stati Uniti hanno sospeso i bombardamenti durante il fine settimana, pur avvertendo che le operazioni potrebbero riprendere in caso di fallimento dei colloqui sostenuti da Pakistan e Qatar. Trump ha inoltre respinto le indiscrezioni secondo cui la pausa sarebbe stata determinata da una carenza di intercettori, munizioni per la difesa aerea o altri armamenti.
All’interno dell’amministrazione americana si sarebbe rafforzata la convinzione che le sanzioni economiche possano produrre sull’Iran conseguenze più profonde e durature rispetto ai bombardamenti. Una valutazione che contrasta con la strategia di Netanyahu, secondo il quale soltanto una pressione militare costante può impedire a Teheran di raggiungere una capacità nucleare avanzata.
La guerra ha cambiato gli equilibri regionali
Quando Netanyahu incontrò Trump alla Casa Bianca nel febbraio precedente, il primo ministro israeliano sembrava aver ottenuto uno dei risultati più importanti della propria carriera politica: il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle operazioni contro l’Iran.
Convincere Washington ad attaccare il principale avversario strategico di Israele era un obiettivo perseguito da Netanyahu da molti anni. In quella fase, l’intervento americano veniva presentato come la dimostrazione della straordinaria influenza del governo israeliano sulla politica mediorientale degli Stati Uniti.
Cinque mesi dopo, lo scenario è profondamente cambiato. Il conflitto non si è concluso rapidamente e il regime iraniano non ha mostrato segnali di cedimento. La crisi si è estesa ad altre aree del Medio Oriente, ha aggravato le tensioni sulle rotte energetiche e ha prodotto conseguenze politiche anche negli Stati Uniti.
Il costo della guerra pesa sulla politica americana
La Casa Bianca teme che una guerra senza una prospettiva di conclusione possa danneggiare Trump e il Partito Repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato previste a novembre. L’aumento dei prezzi dell’energia, le difficoltà del traffico commerciale e il rischio di un coinvolgimento militare sempre più ampio rappresentano elementi politicamente sensibili per l’amministrazione.
Trump avrebbe quindi interesse a presentarsi come il presidente capace di costringere l’Iran a negoziare, evitando allo stesso tempo una guerra prolungata. Netanyahu, al contrario, teme che un accordo prematuro possa lasciare intatte parti essenziali del programma nucleare e dell’apparato militare iraniano.
La visita servirà anche a capire fino a che punto il presidente americano sia disposto a sostenere le richieste israeliane e quali condizioni intenda imporre in cambio dell’assistenza militare, diplomatica ed economica garantita dagli Stati Uniti.
Le pressioni degli Emirati Arabi Uniti
Alla ripresa delle operazioni militari si opporrebbero anche gli Emirati Arabi Uniti. Secondo Haaretz, Abu Dhabi starebbe esercitando pressioni sull’amministrazione americana affinché Israele non venga nuovamente coinvolto in modo diretto e massiccio nel conflitto.
Gli Emirati si erano avvicinati a Israele durante le fasi più intense della guerra contro Teheran, ma avrebbero successivamente raggiunto una forma di intesa con l’Iran. Questa interlocuzione avrebbe contribuito a ridurre gli attacchi iraniani contro obiettivi emiratini e ad ammorbidire la retorica di Abu Dhabi.
La posizione degli Emirati conferma quanto siano diventati complessi gli equilibri regionali. I Paesi del Golfo condividono le preoccupazioni sul programma nucleare iraniano, ma temono che una nuova escalation possa colpire infrastrutture energetiche, porti, aeroporti e centri finanziari strategici.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei nodi principali
Uno dei punti più difficili dei negoziati riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il trasporto internazionale di petrolio e gas. Le divergenze sulla gestione dello stretto avrebbero contribuito al fallimento del precedente accordo raggiunto a giugno.
L’Iran rivendica il diritto di controllare le rotte che attraversano le acque vicine alle proprie coste, mentre gli Stati Uniti insistono sulla libertà di navigazione internazionale. La questione non riguarda soltanto la sicurezza militare, ma anche la stabilità dell’economia globale.
Dopo il fallimento dell’intesa, la ripresa delle ostilità avrebbe provocato più di 60 morti e quasi 700 feriti. Il rischio di nuovi attacchi contro petroliere, terminali e navi commerciali rimane uno degli elementi che spingono Washington a cercare una de-escalation.
Oman, Pakistan e Qatar cercano una mediazione
I Pasdaran avrebbero fatto sapere di essere disposti a discutere la questione di Hormuz soltanto con l’Oman. Il sultanato mantiene da anni un ruolo di interlocutore tra Iran e Occidente e ha invitato tutte le parti a evitare nuove provocazioni.
Accanto all’Oman si stanno muovendo anche Pakistan e Qatar, impegnati nel tentativo di riaprire un canale negoziale tra Washington e Teheran. Il successo di questa mediazione dipenderà dalla disponibilità iraniana a fornire garanzie sul programma nucleare e dalla volontà americana di limitare o sospendere le operazioni militari.
Netanyahu teme però che un accordo costruito attraverso mediatori regionali possa ridurre la capacità di Israele di influenzare i contenuti dell’intesa. Per questo il premier dovrebbe chiedere a Trump di coordinare ogni eventuale concessione con il governo israeliano.
Il conflitto coinvolge anche gli Houthi
Le tensioni legate all’Iran hanno avuto conseguenze anche nel Mar Rosso. I ribelli Houthi dello Yemen hanno intensificato le minacce contro il traffico commerciale e contro le navi considerate vicine a Israele o agli Stati Uniti.
Gli attacchi e le operazioni di disturbo hanno creato nuovi problemi lungo il passaggio di Bab el-Mandeb, una delle principali vie di collegamento tra l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e il Canale di Suez. Numerose compagnie hanno dovuto modificare le rotte, con un aumento dei tempi e dei costi di trasporto.
La sicurezza marittima sarà quindi parte del confronto tra Trump e Netanyahu. Gli Stati Uniti vogliono evitare che il conflitto con l’Iran paralizzi contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb, provocando una nuova crisi mondiale delle catene di approvvigionamento.
Le aperture israeliane sulla Striscia di Gaza
Alla vigilia dell’incontro, Netanyahu ha presentato una serie di aperture sulla Striscia di Gaza. Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un accordo con il Board of Peace, l’organismo istituito da Trump per sovrintendere all’attuazione del cessate il fuoco.
L’intesa dovrebbe permettere a una forza internazionale di stabilizzazione di entrare in una piccola area dell’enclave palestinese e di assumere la responsabilità della sicurezza. La zona si troverebbe tra le linee presidiate dalle Forze di difesa israeliane e i territori ancora controllati da Hamas.
Il progetto viene considerato una prima sperimentazione del piano americano per il futuro di Gaza. Il suo successo dipenderà dalla capacità della forza internazionale di garantire la sicurezza, distribuire gli aiuti e impedire la ricostituzione di strutture armate.
Due nuovi campi per gli sfollati palestinesi
L’accordo prevede anche la realizzazione di due campi destinati agli sfollati palestinesi. Il più piccolo dovrebbe essere finanziato dagli Emirati Arabi Uniti, mentre per quello di maggiori dimensioni non sarebbe ancora stata definita una copertura economica definitiva.
La costruzione dei campi dovrebbe contribuire a migliorare l’assistenza alla popolazione civile, ma solleva anche interrogativi sulla durata degli insediamenti e sul possibile trasferimento permanente degli abitanti dalle aree maggiormente distrutte.
Washington considera il progetto un passaggio necessario per stabilizzare la Striscia. Il governo israeliano, invece, vuole assicurarsi che le nuove strutture non diventino territori sottratti al controllo di sicurezza delle proprie forze.
I “gesti di buona volontà” prima del vertice
La decisione su Gaza e la disponibilità a discutere un progressivo ritiro dal Libano vengono interpretate come “gesti di buona volontà” rivolti a Trump. Netanyahu avrebbe compreso di non potersi presentare alla Casa Bianca senza proposte concrete.
Secondo una fonte citata da Haaretz, Aryeh Lightstone, consigliere senior del Board of Peace incaricato di sostenere l’attuazione del piano americano in 20 punti per Gaza, avrebbe contribuito a organizzare il vertice.
Lightstone, considerato ideologicamente vicino a Netanyahu, avrebbe lavorato insieme all’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter. Il loro intervento avrebbe favorito la ripresa dei contatti dopo il rinvio dell’appuntamento inizialmente previsto.
Trump conosce la dipendenza politica di Netanyahu
Netanyahu ha bisogno del sostegno di Trump anche in vista della propria campagna elettorale. Il presidente americano sarebbe consapevole della forte dipendenza politica, diplomatica e militare del premier israeliano dagli Stati Uniti.
L’assistenza americana rimane essenziale per la difesa aerea di Israele, per la fornitura di armamenti e per il sostegno nelle principali organizzazioni internazionali. Senza Washington, il governo israeliano avrebbe maggiori difficoltà a sostenere contemporaneamente i diversi fronti regionali.
Alla vigilia del vertice, Trump ha dichiarato che Israele sarebbe tra i Paesi incapaci di sopravvivere senza l’aiuto degli Stati Uniti. Una frase che sottolinea il peso dell’alleanza, ma anche il rapporto di forza esistente tra i due governi.
Il precedente scontro sulla vendita degli F-35 alla Turchia
Tra gli episodi che avrebbero aggravato le tensioni figura la richiesta di Netanyahu di impedire la vendita di caccia F-35 alla Turchia. Trump avrebbe respinto la richiesta durante il vertice della NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio.
Israele teme che un rafforzamento delle capacità militari turche possa alterare gli equilibri regionali. Ankara mantiene infatti un rapporto complesso con Gerusalemme e sostiene attori politici e militari che il governo israeliano considera ostili.
Per Trump, tuttavia, la cooperazione con la Turchia rimane essenziale per la NATO, per la gestione della crisi iraniana e per la sicurezza dell’area mediorientale. La Casa Bianca non sarebbe quindi disposta a subordinare la propria politica verso Ankara alle richieste di Netanyahu.
Il Libano è l’altro fronte aperto
Il secondo grande dossier regionale riguarda il sud del Libano. Gli Stati Uniti hanno confermato che dal 4 al 6 agosto 2026 si terranno a Roma nuovi colloqui tecnici tra Israele e Libano.
L’obiettivo è ampliare il sistema delle cosiddette “zone pilota”, territori lasciati progressivamente dalle forze israeliane e affidati all’esercito libanese. Il processo dovrebbe consentire un ritiro graduale di Israele e il rafforzamento delle istituzioni di Beirut lungo il confine.
Un funzionario del Dipartimento di Stato americano ha spiegato che i gruppi tecnici lavoreranno alla piena attuazione dell’accordo quadro, alla soluzione delle questioni territoriali ancora aperte e alla definizione di un’intesa complessiva sulla pace e sulla sicurezza.
Roma ospiterà i nuovi colloqui tra Israele e Libano
La scelta di Roma conferma il ruolo diplomatico dell’Italia nella gestione della crisi. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva anticipato l’organizzazione dell’incontro, sottolineando la necessità di sostenere il governo e l’esercito libanesi.
Le prime zone pilota dovrebbero servire a verificare la capacità delle forze di Beirut di garantire il controllo del territorio. Le esperienze raccolte nelle aree iniziali permetteranno di correggere il meccanismo e di estenderlo gradualmente.
L’intesa raggiunta a Washington nel mese di giugno lega tuttavia il ritiro israeliano al disarmo di Hezbollah. È proprio questo il punto più complesso, perché il movimento filo-iraniano mantiene una forte presenza militare, politica e sociale nel sud del Libano.
L’esercito libanese denuncia le operazioni israeliane
L’esercito libanese ha condannato la prosecuzione delle operazioni militari israeliane nel sud del Paese. Secondo Beirut, i raid e i movimenti delle forze di Israele impediscono il pieno dispiegamento dei reparti libanesi previsto dall’accordo.
Il governo israeliano sostiene invece che il ritiro non possa essere completato fino a quando Hezbollah conserverà armi, infrastrutture e capacità operative vicino al confine. Netanyahu teme che le aree evacuate vengano nuovamente utilizzate per preparare attacchi contro il territorio israeliano.
Trump vuole accelerare il passaggio delle zone all’esercito libanese, mentre Netanyahu chiede maggiori garanzie. La distanza tra le due posizioni sarà uno dei temi centrali del colloquio alla Casa Bianca.
Il piano nucleare saudita preoccupa Israele
Un ulteriore elemento di tensione è rappresentato dall’accordo promosso dagli Stati Uniti per la costruzione di centrali nucleari in Arabia Saudita. Netanyahu teme che lo sviluppo di un programma nucleare saudita, anche se formalmente civile, possa nel lungo periodo ridurre il vantaggio strategico israeliano.
Trump considera invece l’intesa uno strumento per rafforzare il rapporto con Riad, sostenere gli investimenti americani e consolidare un nuovo sistema di alleanze regionali. La Casa Bianca punta inoltre a integrare l’Arabia Saudita in un più ampio processo di normalizzazione con Israele.
Il premier israeliano cercherà di ottenere garanzie sulle tecnologie trasferite e sui controlli previsti. Anche su questo dossier, tuttavia, Netanyahu dovrà confrontarsi con una politica americana sempre meno disposta ad accettare automaticamente le richieste di Gerusalemme.
Netanyahu vuole recuperare l’influenza perduta
Lo scopo politico della visita è recuperare il rapporto personale con Trump e riaffermare il ruolo di Israele come principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Netanyahu sosterrà probabilmente che soltanto Gerusalemme può fornire a Washington informazioni, capacità militari e affidabilità strategica nella regione.
Il premier proverà inoltre a ridimensionare le aperture americane verso Iran, Turchia, Arabia Saudita e Paesi del Golfo. Secondo la tradizionale impostazione israeliana, gli Stati Uniti non dovrebbero sostituire l’alleanza con Israele con accordi considerati fragili o temporanei.
Netanyahu sa però di non poter influenzare Trump su ogni decisione. Il presidente americano vuole chiudere almeno alcuni dei conflitti aperti, ridurre il costo dell’impegno militare e presentare risultati diplomatici prima delle elezioni di novembre.