Imputabilità dei minori, Salvini difende la stretta: «Chi commette un reato deve risponderne»

Written on 07/24/2026
Chiara Sutermeister

Il ddl Meloni modifica l’imputabilità dei minori tra 14 e 18 anni introducendo la capacità di intendere e di volere fino a prova contraria. Cosa cambia, le parole di Nordio e Salvini e le critiche di opposizioni, penalisti e associazioni.

Il governo guidato da Giorgia Meloni cambia le regole sull’imputabilità dei minorenni. Il Consiglio dei ministri, riunito a Palazzo Chigi il 23 luglio 2026, ha approvato un disegno di legge che interviene sulla responsabilità penale dei ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Il punto centrale del provvedimento è l’introduzione di una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere: questa capacità non dovrà più essere positivamente accertata come punto di partenza del procedimento, ma sarà considerata esistente fino a quando non emergano elementi capaci di dimostrare il contrario.

La capacità del minore sarà presunta fino a prova contraria

La nuova formulazione proposta dal governo prevede che, per il minorenne che aveva già compiuto 14 anni ma non ancora 18 al momento del reato, “la capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria”. La presunzione viene definita relativa perché potrà essere superata durante il procedimento attraverso valutazioni, informazioni e accertamenti riguardanti la maturità, le condizioni personali e il contesto nel quale il ragazzo ha agito. Non si introduce, quindi, un automatismo assoluto: il giudice potrà ancora dichiarare il minore non imputabile qualora risulti che non fosse realmente capace di comprendere il significato delle proprie azioni o di controllare la propria condotta.

Cosa significa l’inversione dell’onere della prova

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha descritto la riforma come un’“inversione dell’onere della prova”. Con la disciplina attuale, l’imputabilità del ragazzo deve essere valutata concretamente, verificando se abbia raggiunto un grado di maturità sufficiente per comprendere il disvalore del fatto e le sue conseguenze. Con il nuovo sistema il punto di partenza cambierebbe: la capacità verrebbe presunta e gli elementi raccolti nel procedimento dovrebbero eventualmente dimostrare che, nel caso specifico, il minorenne ne era privo. La modifica riguarda esclusivamente il requisito dell’imputabilità e non elimina l’obbligo dell’accusa di provare il reato, la responsabilità dell’imputato e gli altri elementi necessari per arrivare a una condanna.

L’età minima resta fissata a 14 anni

Il disegno di legge non abbassa l’età minima dell’imputabilità penale, che in Italia resta fissata a 14 anni. Chi non ha ancora compiuto questa età continua a non essere penalmente imputabile, indipendentemente dalla gravità del fatto commesso. Tra i 14 e i 18 anni, invece, un ragazzo può già oggi essere indagato, processato e condannato, purché venga riconosciuta la sua capacità di intendere e di volere al momento del reato. La riforma non crea quindi per la prima volta la responsabilità penale dei minorenni, ma modifica il criterio attraverso il quale quella responsabilità viene accertata.

Nessun aumento delle pene per i minorenni

Il governo ha precisato che il provvedimento non aumenta le pene previste per i minorenni. Resta in vigore la riduzione della sanzione stabilita dall’articolo 98 del Codice penale per chi commette un reato dopo aver compiuto 14 anni e prima di raggiungere la maggiore età. Continuano inoltre ad applicarsi le regole speciali del processo minorile, costruito intorno alla personalità dell’imputato, alle sue condizioni familiari e sociali e alle possibilità di recupero. La portata della riforma è dunque soprattutto probatoria: modifica il presupposto dal quale parte la valutazione del giudice, senza equiparare formalmente il trattamento sanzionatorio del minorenne a quello dell’adulto.

Come cambia l’articolo 98 del Codice penale

Attualmente l’articolo 98 stabilisce che è imputabile chi, al momento del fatto, aveva compiuto 14 anni ma non ancora 18, se era capace di intendere e di volere, prevedendo comunque una diminuzione della pena. Il ddl aggiunge a questa disposizione una nuova frase che introduce la presunzione della capacità fino a prova contraria. Il passaggio è rilevante perché la maturità penale di un adolescente non coincide semplicemente con la conoscenza astratta del fatto che rubare, rapinare o aggredire sia vietato. La valutazione riguarda anche la capacità concreta di comprendere la gravità del comportamento, prevederne gli effetti e controllare le proprie decisioni nella situazione specifica.

Modificati anche gli accertamenti sulla personalità

Il secondo articolo del disegno di legge interviene sull’articolo 9 del decreto che disciplina il processo penale minorile. La norma vigente impone al pubblico ministero e al giudice di acquisire informazioni sulle condizioni personali, familiari, sociali e ambientali del ragazzo, anche per accertarne l’imputabilità. Il ddl elimina il riferimento automatico all’imputabilità dal primo comma e introduce una disposizione specifica in base alla quale pubblico ministero e giudice potranno acquisire elementi utili a verificare se la presunzione debba essere superata. Gli approfondimenti sulla personalità non scompaiono, ma assumono una funzione diversa all’interno del procedimento.

La riforma non è ancora operativa

Le nuove regole non entreranno immediatamente in vigore. Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri è un disegno di legge e dovrà essere trasmesso al Parlamento, esaminato dalle commissioni competenti e approvato dalla Camera e dal Senato. Durante l’iter parlamentare il testo potrà essere modificato attraverso emendamenti e dovrà superare il confronto sui possibili profili costituzionali e sulla compatibilità con i principi della giustizia minorile. Fino all’entrata in vigore di un’eventuale legge continuerà ad applicarsi la disciplina attuale, con l’accertamento concreto della capacità del minorenne.

Meloni: «Chi sbaglia deve rispondere»

Giorgia Meloni ha presentato la riforma come un ulteriore intervento contro la criminalità minorile. La presidente del Consiglio ha sostenuto che chi aggredisce, rapina o devasta debba rispondere delle proprie azioni anche quando ha 15 o 16 anni. Nel videomessaggio diffuso dopo il Consiglio dei ministri, la premier ha collegato il provvedimento alle precedenti norme sulle armi, sulla diffusione dei coltelli e sui danneggiamenti commessi in gruppo. Meloni ha tuttavia riconosciuto che la sola fermezza non è sufficiente, affermando che lo Stato deve essere severo con chi sbaglia ma anche presente nei confronti dei ragazzi che rischiano di perdersi.

Nordio: «Una presunzione relativa, non assoluta»

Carlo Nordio ha precisato che la riforma non rende automaticamente imputabile ogni ragazzo tra i 14 e i 18 anni. Secondo il Guardasigilli, si tratta di una presunzione relativa, proprio perché può essere vinta dalla prova contraria. Il ministro ha inoltre chiarito che non vengono modificate né la soglia anagrafica né le pene e ha presentato il ddl come il tassello conclusivo di una serie di provvedimenti avviati con il decreto Caivano. Per Nordio, partire dal presupposto che un adolescente sia consapevole delle proprie azioni dovrebbe rendere più semplici gli accertamenti nei procedimenti per reati minorili.

Salvini difende la stretta: «Onori e oneri»

Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha espresso pieno sostegno al provvedimento. Secondo Salvini, i ragazzi di 16 o 17 anni di oggi avrebbero un livello di informazione e consapevolezza diverso rispetto alle generazioni precedenti e non potrebbero utilizzare la minore età come uno scudo davanti a rapine, aggressioni o minacce commesse con armi e coltelli. Il leader leghista ha insistito sulla necessità di accompagnare la responsabilità penale con percorsi di riabilitazione e con la possibilità di una seconda occasione, soprattutto per i più giovani. Resta però improprio sostenere che fino a oggi i minorenni non siano stati punibili: la responsabilità penale esiste già dai 14 anni, quando viene accertata la capacità di intendere e di volere.

Il Pd accusa il governo di criminalizzare una generazione

Durissima la reazione del Partito Democratico. Il responsabile Sicurezza del Pd Matteo Mauri ha accusato l’esecutivo di scegliere nuovamente la repressione e la propaganda invece di intervenire sulle cause del disagio giovanile. La capogruppo democratica alla Camera Chiara Braga ha contestato la linea della premier, sostenendo che il governo cerchi un nuovo bersaglio politico senza offrire soluzioni strutturali. Debora Serracchiani, responsabile nazionale Giustizia del partito, ha inoltre respinto la definizione di norma “anti-maranza”, ricordando che il provvedimento avrebbe effetti su tutti i ragazzi tra i 14 e i 18 anni, indipendentemente dal contesto sociale o dal tipo di reato contestato.

Avs parla di repressione e deriva autoritaria

Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha attaccato il disegno di legge. Angelo Bonelli ha parlato di una risposta esclusivamente repressiva, accusando il governo di non investire abbastanza nella scuola, nei servizi sociali, nella salute mentale e nei presidi educativi delle periferie. La senatrice Ilaria Cucchi ha contestato l’idea di trattare i quattordicenni come adulti e ha richiamato la necessità di mantenere al centro della giustizia minorile l’educazione, il recupero e il reinserimento. Secondo l’opposizione, una maggiore facilità nell’affermare l’imputabilità rischierebbe di ampliare l’ingresso dei ragazzi nel circuito penale senza incidere sulle condizioni che favoriscono la commissione dei reati.

Magi: il carcere non può diventare l’unica risposta

Il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha criticato l’impostazione culturale del governo, accusandolo di considerare il carcere come la soluzione principale ai fenomeni sociali. Magi ha ricordato la crescita delle presenze negli istituti penali minorili e ha chiesto che venga tutelato il principio dell’interesse superiore del minore. Secondo il leader di Più Europa, l’adolescenza è una fase caratterizzata da profonde trasformazioni cognitive ed emotive e la risposta dello Stato dovrebbe puntare soprattutto sulla rieducazione e sul reinserimento. La critica si concentra quindi non soltanto sul contenuto tecnico del ddl, ma sul rischio di una progressiva “adultizzazione” dell’intero sistema minorile.

L’allarme dei penalisti sui principi dell’ordinamento

L’Unione delle Camere penali ha espresso forti perplessità sul provvedimento, parlando di una modifica capace di incidere sul fondamento stesso della giustizia minorile. I penalisti hanno sollevato dubbi di compatibilità costituzionale e contestato l’idea che la maggiore esposizione degli adolescenti alle informazioni possa essere automaticamente considerata una prova di maggiore maturità. Secondo l’associazione, la personalità dei minorenni è ancora in formazione e richiede una valutazione concreta, individuale e specialistica. La riforma potrebbe inoltre aprire la strada, secondo i critici, a successivi interventi diretti a ridurre ulteriormente l’età minima per l’imputabilità.

Save the Children richiama i dati sulle assoluzioni per immaturità

Save the Children ha contestato la necessità della nuova presunzione richiamando i dati sulle decisioni per accertata immaturità. Le sentenze di non luogo a procedere pronunciate dal giudice dell’udienza preliminare per mancanza di maturità sono diminuite da 256 nel 2004 a 60 nel 2024, mentre nello stesso anno i proscioglimenti disposti dal Tribunale per i minorenni per la medesima ragione sono stati quattro. Per l’organizzazione, questi numeri dimostrerebbero che l’esclusione dell’imputabilità rappresenta già oggi un’ipotesi limitata e non una diffusa forma di impunità. Save the Children teme che la riforma possa ridurre la discrezionalità dei giudici specializzati senza produrre un reale aumento della sicurezza.

Il ruolo delle famiglie e della comunità educante

La Garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni ha sottolineato che l’eventuale presunzione di imputabilità dovrebbe essere accompagnata da una maggiore responsabilizzazione degli adulti di riferimento. Famiglie, scuole, servizi territoriali e comunità locali restano determinanti nella prevenzione dei comportamenti criminali. La Garante ha richiamato anche l’effetto della continua sovrapposizione tra dimensione reale e virtuale, che potrebbe ridurre nei più giovani la percezione dell’irreversibilità e della gravità di gesti violenti. La responsabilità individuale del ragazzo, secondo questa impostazione, non può essere separata dalle responsabilità educative degli adulti e dal ruolo delle grandi piattaforme digitali.

Il carcere minorile resta l’extrema ratio

Anche con l’eventuale approvazione del ddl, il carcere dovrebbe continuare a essere utilizzato come misura estrema nel sistema minorile. Il processo a carico dei ragazzi prevede strumenti specifici come la permanenza in casa, il collocamento in comunità, le misure alternative e la messa alla prova. La valutazione della personalità, delle risorse familiari e delle possibilità di recupero mantiene quindi un ruolo decisivo. La riforma potrebbe aumentare i casi nei quali viene riconosciuta l’imputabilità, ma non elimina le garanzie processuali né trasforma automaticamente ogni procedimento in una condanna o in una detenzione. Un procedimento può infatti concludersi con archiviazione, assoluzione, non luogo a procedere o con percorsi educativi diversi dal carcere.

Lo scontro tra sicurezza e funzione educativa

Il dibattito parlamentare si concentrerà sul difficile equilibrio tra la tutela della sicurezza collettiva e la funzione educativa della giustizia minorile. La maggioranza sostiene che il nuovo criterio responsabilizzi maggiormente gli adolescenti e impedisca che l’età venga percepita come una garanzia di impunità. I critici replicano che non esiste oggi un’automatica irresponsabilità dei minorenni e che la valutazione individuale della maturità rappresenta una garanzia necessaria proprio perché ragazzi della stessa età possono avere livelli di sviluppo profondamente diversi. Il vero nodo sarà stabilire se la presunzione introdotta dal ddl consenta ancora un accertamento effettivo della personalità o finisca per renderlo soltanto eventuale.

La battaglia si sposta ora in Parlamento

Dopo il via libera del Consiglio dei ministri, il confronto si trasferisce nelle commissioni parlamentari e nelle Aule di Camera e Senato. La maggioranza dovrà difendere la compatibilità della nuova presunzione con i principi costituzionali di responsabilità personale, finalità rieducativa della pena e tutela dell’infanzia. Le opposizioni annunciano battaglia e chiedono investimenti nella prevenzione, nelle scuole, nei servizi sociali, nella salute mentale e negli spazi aggregativi. Al centro della discussione non ci sarà soltanto la punizione dei reati, ma il modello di giustizia da applicare a persone che, pur potendo commettere fatti gravissimi, si trovano ancora in una fase decisiva della propria crescita.