Il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti è entrato mercoledì 11 marzo 2026 nel suo dodicesimo giorno con una nuova e pericolosa accelerazione militare. Nella notte Teheran ha lanciato missili e droni contro diversi obiettivi nell’area del Golfo, mentre Israele ha intensificato i raid su Teheran e Beirut. Il quadro che emerge è quello di una crisi ormai estesa ben oltre il tradizionale asse Iran-Israele, con il coinvolgimento diretto di infrastrutture statunitensi, Paesi arabi della regione e rotte marittime decisive per l’economia globale. Le autorità iraniane hanno definito l’operazione notturna come la più intensa dall’inizio della guerra, mentre da Israele e dagli Stati Uniti continuano ad arrivare segnali di prosecuzione delle operazioni.
Gli Emirati nel mirino, droni e missili scuotono Dubai e la regione
Tra i fronti più sensibili aperti nelle ultime ore c’è quello degli Emirati Arabi Uniti, finiti nel raggio dell’offensiva iraniana insieme ad altri Paesi del Golfo. Le autorità emiratine hanno riferito che i sistemi di difesa aerea sono entrati in azione per intercettare la minaccia, mentre nei pressi dell’aeroporto di Dubai si sono registrati episodi collegati alla caduta di droni, con alcuni feriti secondo le ricostruzioni dei media regionali rilanciate dalla stampa internazionale. Anche Arabia Saudita, Kuwait e Qatar hanno annunciato attività di intercettazione contro missili e velivoli ostili, a conferma di come la guerra stia assumendo una dimensione apertamente regionale, coinvolgendo spazi aerei, installazioni energetiche e basi strategiche lungo tutto l’arco del Golfo.
Le basi Usa bersagliate, l’Iran alza il livello dello scontro
Teheran sostiene di aver colpito o preso di mira installazioni americane in Iraq, Bahrein e Kuwait, includendo nella propria narrativa militare la base di Erbil, la Quinta Flotta statunitense in Bahrein e Camp Arifjan in Kuwait. Nello stesso contesto, fonti di sicurezza hanno riferito di un attacco con drone contro una struttura diplomatica americana a Baghdad. Anche quando i danni effettivi e la portata reale dei colpi restano da verificare in modo indipendente, il dato politico è chiaro: l’Iran sta cercando di mostrare di poter rispondere non solo a Israele, ma anche alla presenza militare americana nella regione. Questa scelta amplia enormemente il rischio di una spirale ulteriore, perché trasforma il teatro bellico in una rete di fronti simultanei dove ogni base, aeroporto o nodo logistico può diventare un bersaglio.
Hormuz sotto pressione, tre navi colpite nello stretto strategico
Il segnale più allarmante sul piano economico e commerciale arriva, però, dallo Stretto di Hormuz, crocevia essenziale per il traffico energetico mondiale. La United Kingdom Maritime Trade Operations ha riferito che almeno tre navi sono state colpite da proiettili sconosciuti nei pressi dello stretto o al largo degli Emirati, e in uno di questi casi l’impatto ha provocato un incendio a bordo, costringendo l’equipaggio all’evacuazione. Reuters sottolinea che gli episodi confermano l’estrema vulnerabilità di una rotta da cui passa una quota cruciale delle esportazioni di petrolio e merci. L’attacco alle navi, oltre al valore militare immediato, rappresenta un messaggio geopolitico potentissimo: l’Iran e i suoi avversari stanno combattendo anche sul terreno del commercio globale, con ripercussioni potenzialmente enormi su prezzi, assicurazioni, logistica e approvvigionamenti energetici.
La minaccia ai centri economici, banche e infrastrutture nel nuovo perimetro della guerra
Un altro elemento che segna un salto di qualità è l’avvertimento lanciato dal comando iraniano Khatam al-Anbiya, secondo cui banche e centri economici legati a Stati Uniti e Israele nella regione potrebbero diventare obiettivi legittimi dopo il bombardamento di una banca a Teheran. Si tratta di una dichiarazione pesantissima, perché sposta il conflitto dal piano strettamente militare a quello finanziario e infrastrutturale, evocando scenari di attacchi contro snodi civili e asset economici sensibili. In parallelo, alcune fonti rilanciate dalla stampa internazionale parlano persino di minacce estese a grandi hub tecnologici e digitali, ulteriore segnale della volontà iraniana di ampliare il campo di pressione. L’obiettivo strategico sembra essere quello di imporre un costo crescente ai rivali, mostrando che nessuna retrovia economica può considerarsi davvero al sicuro.
Mojtaba Khamenei ferito, il mistero sulla nuova Guida Suprema
Sul piano politico e simbolico, la notizia più delicata riguarda Mojtaba Khamenei, nuova Guida Suprema iraniana dopo la morte di Ali Khamenei. Secondo fonti citate dal New York Times e rilanciate da Reuters, Israele ritiene che Mojtaba sia stato ferito lievemente durante i raid iniziali del 28 febbraio e che questa possa essere una delle ragioni della sua assenza dalla scena pubblica. Da Teheran sono arrivate rassicurazioni sulla sua sopravvivenza e sul fatto che sia “sano e salvo”, ma il fatto che il nuovo leader non sia comparso in pubblico né abbia tenuto il tradizionale discorso post-nomina alimenta interrogativi sulla sua effettiva condizione e sulla tenuta della catena di comando iraniana. In una guerra dove anche la percezione della stabilità del vertice conta quanto i missili, l’incertezza attorno a Mojtaba Khamenei pesa come un fattore strategico.
Teheran e Beirut sotto le bombe, Israele allarga la pressione militare
Mentre l’Iran cercava di colpire il Golfo e obiettivi israeliani e americani, l’aviazione israeliana ha continuato a martellare Teheran e il Libano, con particolare intensità sulla periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, e in altre aree del Paese. Le autorità libanesi hanno segnalato un bilancio in aumento di vittime e feriti, mentre si aggrava anche il numero degli sfollati. Questo doppio asse offensivo mostra come Israele stia tentando di mantenere alta la pressione sia sul centro decisionale iraniano sia sul sistema di alleanze regionali di Teheran, colpendo Hezbollah e i suoi punti di comando. La conseguenza è una guerra sempre meno circoscritta e sempre più simile a un conflitto multilivello, in cui Iran, Libano, Golfo e rotte marittime diventano parti di un unico teatro operativo.
Una guerra che cambia natura e minaccia la stabilità globale
La giornata dell’11 marzo consegna dunque l’immagine di una guerra che ha cambiato natura. Non è più solo una sequenza di raid e rappresaglie tra Israele e Iran, ma un confronto che tocca il Golfo, le basi americane, le capitali arabe, il Libano, le infrastrutture economiche e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. L’attacco agli Emirati, le minacce ai centri finanziari, le navi colpite e il mistero sulle condizioni di Mojtaba Khamenei compongono il quadro di una crisi in cui il confine tra pressione militare, destabilizzazione economica e propaganda strategica si fa sempre più sottile. Il rischio maggiore, ora, è che il conflitto entri in una fase in cui ogni nuovo attacco non serva più solo a colpire il nemico, ma a rendere irreversibile l’allargamento della guerra.