Il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti entra nel suo settimo giorno con un’escalation che continua ad allargarsi sul piano militare, diplomatico ed economico. A segnare la giornata del 6 marzo 2026 è soprattutto la posizione del presidente americano Donald Trump, che ha escluso qualsiasi ipotesi di negoziato con Teheran se non a fronte di una “resa incondizionata”. Una dichiarazione che irrigidisce ulteriormente il quadro internazionale e conferma la volontà della Casa Bianca di proseguire con una strategia di massima pressione nei confronti della Repubblica islamica.
La Casa Bianca insiste sulla pressione totale su Teheran
Le parole di Trump sono state rafforzate nelle ore successive dalle dichiarazioni della portavoce Karoline Leavitt, secondo cui la resa coinciderebbe, nella sostanza, con il momento in cui Washington riterrà che l’Iran non rappresenti più una minaccia per gli Stati Uniti. La stessa amministrazione americana ha inoltre sostenuto di essere sulla strada per ottenere il controllo dello spazio aereo iraniano, rivendicando il raggiungimento di obiettivi militari che avrebbero già compromesso in profondità la struttura difensiva e di comando del Paese.
Missili, droni e allarmi: l’Iran rilancia la risposta armata
Sul terreno, intanto, la risposta iraniana non si è fermata. In serata Teheran ha annunciato un nuovo lancio di missili e droni contro Israele e contro basi americane nella regione, mentre in tutto il territorio israeliano, da Tel Aviv al centro del Paese, sono tornate a risuonare le sirene d’allarme. Le autorità militari israeliane stimano che l’Iran disponga ancora di un numero significativo di lanciatori balistici, tra 100 e 200, nonostante le centinaia di postazioni già distrutte dall’inizio delle ostilità. La dinamica conferma che la capacità offensiva iraniana, pur colpita duramente, non è stata ancora azzerata.
Israele amplia le operazioni e intensifica i bombardamenti
Israele, da parte sua, ha dichiarato di avere colpito nella sola giornata oltre 400 obiettivi militari nell’ovest dell’Iran, inserendo l’offensiva in quella che viene definita una nuova fase della guerra. L’aviazione israeliana ha esteso la pressione anche sul fronte libanese, con nuovi e intensi bombardamenti nella zona sud di Beirut e contro strutture ritenute collegate a Hezbollah e ai Pasdaran. Secondo le comunicazioni militari israeliane, sarebbero stati colpiti anche centri di comando, siti logistici e obiettivi utilizzati per il coordinamento delle operazioni contro Israele.
Il Libano ripiomba nel vortice del conflitto regionale
Il coinvolgimento del Libano si sta facendo sempre più pesante. Il bilancio delle vittime dei raid israeliani da lunedì continua ad aggravarsi, mentre sul territorio cresce la pressione sugli sfollati e sui servizi essenziali. Nelle stesse ore, media libanesi hanno riferito che una postazione dell’Unifil nel sud del Paese è stata colpita, con il ferimento di alcuni peacekeeper ghanesi. Un episodio particolarmente delicato, perché tocca direttamente il dispositivo delle Nazioni Unite in un’area già altamente instabile e rischia di aprire un ulteriore fronte diplomatico internazionale.
L’allarme umanitario si allarga tra Iran, Libano e area del Golfo
Accanto alla dimensione strettamente bellica, cresce il peso della crisi umanitaria. Organizzazioni internazionali e operatori presenti sul campo descrivono un contesto sempre più drammatico, con popolazioni in movimento, infrastrutture sotto pressione e civili esposti a bombardamenti, evacuazioni improvvise e scarsità di beni essenziali. In Libano, diverse testimonianze parlano di famiglie costrette a dormire in auto e senza luoghi sicuri dove rifugiarsi. Anche in Iran la situazione resta fortemente deteriorata, tra blackout prolungati, attacchi a strutture civili e timori per l’estensione del conflitto ad aree sempre più sensibili.
Petrolio in forte rialzo e mercati sotto pressione
Le conseguenze economiche della guerra, poi, si stanno già facendo sentire. Il Brent ha superato i 90 dollari al barile, mentre anche il Wti è salito oltre la stessa soglia, con rialzi settimanali molto marcati. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, unite al timore di un’interruzione delle spedizioni di energia dai Paesi del Golfo, stanno alimentando una nuova impennata dei prezzi e una forte volatilità sui mercati. Le Borse europee, secondo gli aggiornamenti della giornata, hanno bruciato centinaia di miliardi in una sola settimana, mentre in Europa cresce il timore di ricadute dirette sui costi dell’energia, dei trasporti e dei beni alimentari.
Mosca, intelligence e ombre sul ruolo delle grandi potenze
Nella giornata è emersa anche l’ipotesi di un coinvolgimento indiretto della Russia, con indiscrezioni secondo cui Mosca starebbe fornendo a Teheran informazioni di intelligence utili a colpire le forze americane nella regione. Parallelamente, altre ricostruzioni giornalistiche hanno rilanciato dubbi sull’origine di alcuni attacchi, compreso quello che avrebbe colpito una scuola in Iran. In un contesto così opaco, la guerra si combatte non solo con missili e droni, ma anche sul terreno delle informazioni, delle attribuzioni e delle narrative contrapposte, con il rischio di aumentare ulteriormente confusione e tensione.
L’Italia si muove tra tutela dei cittadini e difesa degli alleati
Sul fronte italiano, il governo continua a ribadire di non essere in guerra e di non voler entrare direttamente nel conflitto, pur rafforzando il proprio dispositivo di protezione per cittadini, asset e partner strategici. La priorità, secondo le dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri Antonio Tajani, resta la sicurezza dei connazionali presenti nell’area e il sostegno a ogni iniziativa utile a riportare le parti al dialogo. Allo stesso tempo, Roma ha preso parte al coordinamento europeo per la difesa dell’area di Cipro, con l’invio di una fregata italiana e il dispiegamento di militari della Marina.
Tajani alza il tono: “Un attacco all’Europa sarebbe gravissimo”
Le dichiarazioni di Antonio Tajani segnano uno dei passaggi politici più rilevanti della giornata. Il ministro degli Esteri ha affermato che un eventuale attacco iraniano contro un Paese europeo costituirebbe un fatto gravissimo e inaccettabile. Ha inoltre sottolineato che l’Iran, a suo giudizio, non avrebbe capacità sufficienti per sostenere a lungo una guerra di ampia intensità e che, nel giro di alcune settimane, potrebbe essere costretto a mutare atteggiamento, cercando un’intesa oppure piegandosi a un nuovo equilibrio imposto dai rapporti di forza sul terreno.
L’Onu teme una spirale fuori controllo
Le Nazioni Unite osservano con crescente apprensione l’allargamento del conflitto. Il segretario generale António Guterres ha avvertito che la situazione potrebbe degenerare in una spirale fuori controllo, con effetti devastanti sui civili, sull’unità di alcuni Stati coinvolti e sull’intera economia globale. L’Onu teme in particolare l’impatto dell’interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz e l’effetto domino che un aumento prolungato del prezzo del petrolio potrebbe avere su cibo, fertilizzanti, trasporti e servizi essenziali.
Il rischio immediato è che la diplomazia resti schiacciata dalle armi
Nel breve periodo, il punto più critico resta la diplomazia, che appare soffocata dall’intensità degli eventi militari. Ogni nuova salva di missili, ogni bombardamento su Beirut o sull’Iran, ogni minaccia sul fronte energetico e ogni allarme sulle infrastrutture strategiche contribuiscono a restringere lo spazio politico per un negoziato. La richiesta americana di una resa senza condizioni e la volontà iraniana di continuare la risposta rendono il conflitto sempre più simile a una prova di logoramento totale, i cui effetti potrebbero travolgere non solo il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio internazionale.